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Tra disegno sceneggiatura e scrittura

Intervista all’umorista MIRCO MASELLI

Mirco Maselli durante un incontro con le scuole

Mirco Maselli, fumettista, illustratore, sceneggiatore e autore umoristico  nonché Fantasy, ha prodotto per  circa vent’anni  le sceneggiature dei Fumetti di Lupo Alberto e Cattivik, ora è diventato anche autore di libri. Per Editoriale Scienza – la casa editrice leader in Italia della divulgazione scientifica per ragazzi – ha pubblicato “Storia dell’Immondizia – dagli avanzi di Mammut alla plastica riciclabile” e “C’era una volta – la seconda vita del rifiuto” con i quali è arrivato primo, per la sezione divulgazione, al Premio Nazionale Libro per l’Ambiente nel 2015.

Ha pubblicato inoltre una trilogia di Storie per ragazzi “Hogard  faccia di drago”, Hogard ali di drago” e “Hogard cuore di drago”, tutti pubblicati con l’editore LAPIS di Roma, che è uno dei più conosciuti e interessanti del panorama letterario per l’infanzia in Italia.

Ci svela in questa intervista i retroscena della sua lunga carriera artistica.

A un certo punto della tua carriera artistica hai sentito l’esigenza di abbandonare il fumetto e sei passato all’illustrazione e alla scrittura quasi assecondando l’esigenza di diventare Autore, quale evento ti ha fatto tornare al tuo vero amore?

Sinceramente io non vedo e non ho vissuto questo “passaggio” come una differenza sai? E’ sempre l’arte del narrare che fa capolino in me fin da quando, a sei anni, inventavo già storielline disegnate. Ricordo ancora un soggetto costante in molte di queste sequenze: c’era un’orda di diavoli che scendeva dal cielo a minacciare quelli di sotto. E quelli di sotto si davano da fare in tutti i modi per difendersi. A ben vedere è una trama fantasy in estrema sintesi. Comunque se parli di esigenze pratiche, beh, la crisi globale del 2008 mandò in frantumi anche le realtà dell’editoria periodica con cui collaboravo da quasi vent’anni, quindi gioco forza dovetti “riciclarmi” in settori simili. L’editoria dei libri per l’infanzia reggeva il mercato ed era ovviamente quella che mi attraeva di più. Vi trovai anche dei magici maestri virtuali a cui ispirarmi inizialmente: la fantastica coppia Roald Dahl e Quentin Blake! Se dovevo avere un aiuto magico tanto valeva scegliere il migliore…

Nel tuo ultimo libro “Hogard, Faccia di Drago” quali aspetti ti rendono simile a Hogart?

Beh sai, come sempre c’é molto di autobiografico in ogni protagonista che scegliamo. Hogard è un mostriciattolo senza radici. E io così mi sento. E’ nato per un pastrocchio e io spesso così mi sono sentito. Ha una vitale e direi quasi ossessivo compulsiva esigenza di “dire la sua” quando nota ingiustizie attorno a sé e io, nei limiti della mia mitezza, sono così. Certo non sguaino la spada e non sputo fuoco, ma con carta penna o tastiera a portata di mano non mi taccio, anche se cerco comunque di gestire la mia rabbia e trasformarla appunto in arte della narrazione,  con scrittura e immagini e usando spesso l’arma dell’ironia. Se sono su un social lo faccio comunque con pazienza, garbo e rispetto. Ma con fermezza! Non mi faccio certo zittire da chi interviene con arroganza e maleducazione.

Quali caratteristiche generali appartengono a quest’antieroe?

E’ l'”eroe per caso” per eccellenza. Ma elaborandolo ho voluto dargli una caratteristica in più: rendergli le cose ancor più difficili. Lui non doveva essere solo l’Antieroe, doveva addirittura nascere con tutte le caratteristiche tipiche dell’Antagonista per antonomasia. Infatti il Drago solitamente è il simbolo del male in tutte le fiabe e la letteratura fantasy classica. Lui non sa di essere un Drago e anzi, da cavaliere è portato a combattere la sua specie, salvo poi scoprire, nel corso dei tre libri della saga, che lo spirito malvagio non è indissolubilmente legato a nessuna specie o razza specifica. Nessuno nasce maligno ma è solo portato ad esserlo per tutta una serie di condizionamenti che determinano le sue scelte sbagliate. Ma ecco, anche lo scoprire questo dovrà costargli fatica, sudore, sofferenza. Dovrà guadagnarsi la consapevolezza di essere ben più di quello che gli sarebbe stato assegnato dalle regole convenzionali della fiaba. E diverrà un eroe per caso a cui non piace vincere facilmente.

Perché hai scelto proprio la figura del Drago, quale simbologia archetipica volevi mettere in luce?

Ahi mi sa che ho in parte risposto poco fa… Comunque si, la simbologia tipica dell’archetipo del Drago, nella letteratura  fantastica classica è quella del male. E come un novello e modesto Tolkien a me ha sempre intrigato andare a scavare alle radici di questo archetipo. Intuivo che nessuno può nascere maligno. La malvagità può essere solo il frutto di una scelta. Una scelta tuttavia spesso imposta dagli eventi, ma anche dall’habitat in cui nasciamo. E’ una reazione alla cattività (da cui deriva la parola CATTIVO appunto) in cui qualcuno è costretto a crescere, non evolvendo in modo equilibrato il rapporto psichico in atto nel corso della crescita individuale tra la sua parte in luce e la sua parte in ombra.

Il drago comunque, a mio avviso, come ogni altra figura di antagonista, è ben di più che un archetipo statico. Il dinamismo che apporta nella narrazione è determinante: senza di lui e senza la sua azione malvagia l’eroe non esisterebbe neppure. Il Drago si invola e cerca il suo avversario nel momento in cui questi non vive pienamente se’ stesso. Vive inconsapevole della sua ricchezza. Non da valore al tesoro che ha dentro di sè (valori virtù ecc.) o che lo circonda fuori di sè (amori affetti ecc.). E allora lui, il Drago, agisce allo scopo di portargli via il Tesoro. E in genere è solo in quel momento che il protagonista si desta e si rende conto di cosa ha perso. E se lo rivuole indietro non deve far altro che trovare il coraggio di combattere il Drago per riconquistare il suo Tesoro. Sia benedetto il Drago, senza il quale non nascerebbe l’Eroe nel protagonista, ma rimarrebbe allo stato larvale.

Affrontare il tema dell’ombra ti riesce meglio rispetto a quello della luce, per quale ragione?

E’ anche una legge della grafica, se vuoi mettere in chiaro un elemento del disegno, circondalo di grandi ombre. E così nella narrazione suppongo. La luce è una conquista, non servono a nulla figure di luce che brillano di fuoco fatuo. Sono anzi inganni dell’ombra. Se vuoi apprezzare la luce davvero non trascurare l’ombra. Ecco, questa dinamica psicologica mi intriga infinitamente. Certo comunque, non è nelle mie corde l’horror. Chi mi conosce sa che nei miei testi e disegni questo tema è mitigato dall’ironia e dall’umorismo. Una delle più alte forme di filosofia, come diceva magistralmente Hermann Hesse, è l’umorismo.

Che legame esiste secondo te tra il tema dell’ombra e quello della spazzatura?

L’ombra psicologica secondo me è tutto ciò che nel corso della nostra evoluzione individuale scegliamo di NON ESSERE, quindi in un certo qual modo è la nostra spazzatura interiore. Infatti ci da molto fastidio vederla e “annusarla” indossata da qualcun altro. Esempio banale: se noi abbiamo scelto di non essere violenti ci da estremo fastidio vedere un violento. Ecco. Ci sarebbe però un passaggio ulteriore da fare in ecologia come nella nostra crescita psichica, per mettere l’ombra in condizioni di non nuocere. Quello di “farci la pace”, di capire da dove viene per renderla innocua. Integrare positivamente così la nostra ombra. Imparare cioè che anche i lati in ombra hanno delle loro ragioni d’essere e sono composti di elementi che, analizzati e rielaborati, forse nascondono delle valenze positive. Comprendere questo ci porta a capire meglio noi stessi ma anche gli altri e mettere in atto tutte quelle dinamiche rieducative che riportano a un sano equilibrio, psichico e sociale. Così come si ricicla in ecologia – e questa via del riuso e del riciclaggio è in assoluto il modo migliore di risolvere (reintegrandolo) il problema della spazzatura -.

Purtroppo le cose non vanno così nel Mondo. C’è sì in atto una crescente sensibilità verso questa tendenza virtuosa, sia in psicologia che in ecologia. Ma ancora la maggior parte delle persone tende a gettare, a rifiutare, a nascondere. In questo modo non si arriva ad altro che all’accumulo delle sostanze tossiche, sia nella psiche individuale che nel mondo. E questa ombra del mondo rischia solo di implodere prima o poi, come implode l’ombra nella psiche individuale. Azz cosa mi fai dire… io sono solo un umile disegnatore. Non so nulla di queste cose!

Il mondo adulto-centrico contemporaneo non è ti è congeniale, cosa ha da offrire, invece, il bambino a questa società?

Domandine semplici eh? Beh, ti risponderò con una suggestione che ho elaborato in uno dei tanti manoscritti dei prossimi libri che pubblicherò. A differenza di quanto siano portate a pensare comunemente le persone, io ritengo che il bambino non sia la parte più “moderna” di noi, bensì la più “antica”. Essa conserva infatti tutto ciò che di puro e incontaminato avevamo dentro fin dalla nascita. Basta osservare qualsiasi bambino per rendersi conto che è innocuo rispetto a qualsiasi adulto. E’ persino lapalissiano affermarlo. Ma non è scontato pensare che, appunto, cercando di attingere da quella fonte, il bambino che è in noi e che non si è mai estinto davvero, possiamo anche recuperare molta parte di quella purezza. Ci stupirà scoprire che si è conservata nella forma in cui esisteva, prima che i condizionamenti che abbiamo subito dagli adulti ci avessero indotto crescendo a metterla via via da parte inconsciamente e poi a dimenticarla. In quel vaso primigenio noi conserviamo il nostro spirito originario e tutti noi possiamo ancora riscoprirlo, assaporarlo, espanderlo nel mondo attraverso i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni, il nostro atteggiamento aperto e gentile verso noi

stessi e gli altri. Darci e dare ancora una chance di rinascere e ricominciare. Io l’ho riscoperto osservando i miei figli. I miei più grandi Maestri!

Vive ancora indisturbato dentro di te il “bambino interiore”?

Ha sonnecchiato un po’ tra i venti e i trentacinque anni, complice credo la formazione scolastica e universitaria, che come sappiamo bene tende a focalizzarsi sull’uso quasi esclusivo della mente razionale e dell’emisfero sinistro e a tralasciare le vere fonti della creatività e dell’intuizione intellettiva, in altre parole la metafisica, che invece direi che è appannaggio quasi esclusivo della dimensione bambina. Per fortuna la mia predisposizione naturale, stimolata da alcune letture (Jung in primis direi), ma poi soprattutto la straordinaria esperienza della nascita dei miei figli, me l’ha risvegliato di brutto. E ora è li che gioca, ride e piange in continuazione, anche di notte. Anzi, è ora che gli faccia il biberon scusa.

In che relazione ti poni con il Sogno vigile?

Se intendi quella che io chiamo la trance creativa, ovvero quando fantastichi e il mondo intorno si ferma… beh, direi una relazione costante e clandestina, al punto che credo che per mia moglie sia la fonte maggiore di gelosia. Forse l’unica vera…

Qual è il Sogno che ancora devi realizzare?

Autopubblicarmi, avere una casa editrice tutta mia, per produrre e promuovere me stesso soprattutto. E auspico che grazie ai nuovi mezzi tecnologici e alla incipiente affermazione dei social virtuali, piano piano divenga questo il futuro dell’editoria. Ogni Autore produttore e diffusore di se stesso. Concorrenza libera e vera senza più intermediari. Spessissimo sono in gamba intendiamoci, io ne ho avuti di eccezionali e grazie a loro ho imparato il mestiere. Ma in generale l’intermediazione editoriale determina disparità di trattamento tra autore ed autore in qualche punto della filiera, vuoi dall’editore, vuoi nelle librerie intasate di prodotti, e quindi alla fin fine penso sia meglio rifondare un mercato più libero e vero.

Un sogno certo. Forse un incubo per alcuni… Vabbè dai ridimensioniamolo tornando al mio personale: Autopubblicarmi!

Nelle tue storie c’è poco spazio per il viaggio, per quale motivo?

Ohh ci sarà vedrai! Sono solo all’inizio sai? Il 90 per cento delle storie che voglio scrivere e disegnare sono ancora dentro i cassetti della mia scrivania e della mia mente. Abbi fede. Finora certo forse ho espresso poco questa dimensione narrativa. Ma qualcosina ho fatto ai tempi dei fumetti. Poco certo, rimedierò. Forse sono lo specchio della mia situazione personale: ho viaggiato fisicamente poco finora e moltissimo con la mente. Ma ho una gran voglia di viaggiare davvero e chissà, quando lo farò le mie storie rifletteranno questa nuova entusiasmante esperienza.

Sostieni sempre che il tuo maestro sia Quentin Blake, cosa ha portato nella tua opera? E nella tua vita?

L’ho già detto più volte e temo a questo punto di essere ripetitivo, ma devo moltissimo alla lezione di questo arzillo principe assoluto dell’illustrazione mondiale!  Mi ha colpito innanzitutto la sua libertà di espressione totale: lui non disegna, danza liberamente sul foglio come un bambino che gioca a fare il ballerino, o come un musicista talentuoso che improvvisa una jam session di jazz. E sempre ne esce qualcosa di melodioso, anche laddove qualcuno con rigidità accademica vedrebbe un errore di prospettiva anatomica o altro, si possono scorgere infinite suggestioni visive che evocano mondi paralleli. Essenze invisibili. Perché è questo il bello delle narrazioni come dei disegni. Saper far balenare l’invisibile nell’occhio dell’astante. Far immaginare a colui che legge e che guarda ciò che non c’è ma che vorrebbe tanto vedere. Con Blake il disegno diventa un gioco di complicità con chi lo guarda. Il segno dell’uno guida la vista dell’altro verso mondi fantastici da costruire insieme. Questo mi ha insegnato Blake e questo io ho sempre cercato di fare. Ma solo ora ne provo il coraggio, prima i condizionamenti stilistici imposti dal mercato mi soffocavano e mi impedivano di mettere le ali alla mia matita. Blake è stato la mia red bull! E’ una bella sensazione sentirsi liberi, che si riflette nella vita stessa. Facile intuire perché. “viaggio leggero, vado a caccia di orchi!” come direbbe Tolkien.

Il tuo stile preferisce un tratto non definito, abbozzato, che filosofia c’è dietro a questa scelta?

Anche qui mi sa di aver già in parte risposto. Voglio che il mio tratto non imponga qualcosa, ma la suggerisca solo. Come nella scrittura, vorrei tanto che la mia suggestione visiva e testuale porti il lettore a gettarsi nell’avventura della storia come fosse egli stesso il protagonista di un sogno. Voglio che ci veda e viva dentro quello che desidera. Che liberi la sua fantasia grazie al mio stimolo iniziale.

Che filosofia mi chiedi. Beh sembrerò immodesto ma in realtà la concezione di Platone che vedeva l’arte come il veicolo verso il mondo delle Idee e non come la banale imitazione della bellezza della natura è fondamentalmente questo, ed è più semplice e naturale di quanto si possa credere: è l’arte dei bambini! Nessun bambino copia un fiore com’è, generalmente lo disegna come lo vede lui!

Il tuo pensiero ragiona per immagini, quando una storia vaga dentro di te, la fai emergere attraverso il bozzetto, lo schizzo – strumento che non è dato a noi altri scrittori – come saltano fuori questi personaggi dalla tua matita magica?

Ormai sono talmente abituato a questo che per me è naturale così… ho una ispirazione per un soggetto e automaticamente prendo un foglio e ci schizzo sopra figurine geometriche abbozzate in movimento e mozziconi di dialoghi, quasi stenografati… Con cerchietti triangolini e quadretti di varia misura si assemblano sotto i miei occhi personaggini che interagiscono tra loro in scenografie abbozzate. Le facce, le espressioni, gli oggetti che caccio dentro questo teatrino sono magari quelle che – consciamente o meno – memorizzo nella vita di tutti i giorni, girando per strada, al parco o al mercato, vedendo un film, guardando foto e altri disegni. Riciclo tutto ciò che raccatto per strada: forme emozioni e sentimenti. Sono un disegnatore ecologista.

Sei un consumatore intelligente, non ami l’usa e getta, tanto che usi la tua penna elettronica, quasi propaggine della tua mano – fisica e spirituale – vecchia e rattoppata con lo scotch, piuttosto che sostituirla.  C’è solo la tua volontà di evitare lo spreco o anche un altro motivo?

Comincia a inquietarmi positivamente questo gioco reciproco di anticipazioni sincroniche tra domande e risposte… Evitare lo spreco è una antica lezione fondamentale che il mondo deve reimparare assolutamente. Odio letteralmente lo spreco, tanto che per esempio anche da piccolo in quelle classiche scene delle comiche dove in un battibaleno per colpa di una banale disattenzione tutto andava all’aria e veniva distrutto per far ridere lo spettatore, io non ridevo e anzi mi veniva l’ansia e dicevo a mia mamma: che rovina assurda… e ora chi la ricostruisce tutta quella roba? Che altro motivo può esserci, se non il riflesso psicologico? Mi piace costruire, non distruggere. E mi piace amministrare e gestire virtuosamente ogni cosa perché è un segno di amore e rispetto reciproco.

Nelle tue opere emerge il senso dell’Ecologia profonda, una visione politica del mondo che ti conduce a vedere con ironia la Società attuale e cercare di risvegliarla attraverso il tuo humor, non sempre per bambini, quindi, quali messaggi ti preme  trasmettere agli adulti?

Ecco mi fai venire in mente la stessa risposta che dettero i fratelli Grimm a chi gli faceva osservare che certe situazioni descritte e il linguaggio delle loro fiabe non era adatto ai bambini. Ecco mi pare di ricordare che loro affermassero che le fiabe che loro raccoglievano e rielaboravano narrativamente non erano scritte per i bambini, bensì per gli adulti. Vale anche per me e suppongo che il motivo sia che scrivo e disegno allo scopo di risvegliare il bambino prigioniero nelle segrete del tetro maniero dell’adulto. E’ un messaggio? Non lo so… è quello che cerco di fare, in tutta umiltà credimi. Chissà! Forse le scrivo per me, perché non voglio finire la mia vita nelle vesti di orco carceriere del mio bambino interiore.

Quali personaggi con cui hai collaborato o stai collaborando accendono la tua fantasia e stimolano la creatività della tua opera?

Ora come ora ho una intesa magnifica con una scrittrice che ho conosciuto sui social ma che fin da subito si è rivelata una mia anima affine. Lei viene dalla scrittura per adulti e nei suoi libri sviluppa tematiche molto impegnative, legate alla mitologia classica e agli archetipi psicologici. Ma ha una gran voglia di liberare la sua vena bambina di scrittrice di fiabe e racconti per bambini. Ecco, le ho proposto di collaborare alla realizzazione di bellissimi Albi illustrati e sono convinto che ne verrà fuori qualcosa di magico, sulla falsa riga degli albi di Quentin Blake magari. Per il resto mi stimola da sempre la letteratura fantasy e le ambientazioni dickensiane. Soprattutto da quest’area letteraria traggo la mia ispirazione migliore per elaborare mie storie e miei personaggi originali.

A quale nuovo\nuovi progetti stai lavorando?

In questo momento sto lavorando alla mia prima graphic novel autoprodotta e vorrei tanto riuscire a farla uscire per Natale, perché, appunto, si tratta nientepopodimeno che del CANTO DI NATALE di Dickens. Ho voluto cominciare da questa e non da una storia mia, perché la reputo da sempre la più bella storia mai scritta. C’è tutto lì dentro!

Ma ho moltissimi altri progetti personali da narrare. Un paio di saghe fantasy che elaboro lentamente da molto tempo. Romanzi e Albi per bambini e personaggi che giacciono in attesa nei cassetti.

Ora voglio buttarmi a capofitto nella mia più grande avventura professionale, quella dell’autoproduzione. So bene che molti guardano con sospetto a questa forma di pubblicazione e per molti aspetti hanno ragione da vendere: si teme una certa improvvisazione nell’esecuzione del lavoro e nel suo confezionamento da parte di autori esordienti. Ma vivaddio faccio umilmente questo mestiere da trent’anni. Esordii con la mia prima storiellina a fumetti (senza contare le migliaia di vignette satiriche ed umoristiche addirittura precedenti)  proprio nel 1989, all’indomani della premiazione al concorso internazionale per giovani autori di Prato Comics, e da allora ho pubblicato vignette illustrazioni storie a fumetti libri scritti e illustrati da me ininterrottamente fino ad oggi. Ho imparato a fare tutto, dalla scrittura alla sceneggiatura, dalle copertine alle illustrazioni, dal confezionamento di un e-book all’impaginazione di un cartaceo… tutto. Ho l’impudenza temeraria di considerarmi un esordiente abbastanza esperto. Scusate l’immodestia…

Ho dimenticato di dire una cosa importante! Con il mio progetto di autopubblicarmi ho anche deciso di CAMBIARE NOME  rispetto a quello usato finora in libri fumetti e vignette. Per stigmatizzare una mia sorta di rinascita: voglio firmarmi Emmevu… per esteso… Come sono conosciuto ormai da tutti sui social…sono le iniziali dei miei nomi: Mirco e Vittorio!!!

Scribacchio & scarabocchio

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