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Le martiri Ebree: Edith Stein e Anna Frank

Edith Stein e Anna Frank sono molto diverse: la prima, polacca, è una donna matura, filosofa che si converte al cattolicesimo, si fa suora carmelitana e diventa santa; la seconda è una ragazza tedesca di 16 anni che sta scoprendo la vita e ha le ansie e le speranze di tutte le adolescenti.

Ma sono entrambe ebree ed entrambe muoiono martiri nei campi di sterminio nazisti.

Edith Stein, suor Teresa Benedetta

Nasce a Eresiava (oggi Wroclaw), in Polonia, il 12 ottobre 1891. È la settima figlia di un ricco commerciante di legnami, di rigorosa ortodossia ebrea. Ha solo nove anni quando muore il padre, ma già rivela un’acuta intelligenza. Si laurea in Filosofia e diventa subito assistente all’università tedesca di Gottinga. Scoppia la prima guerra mondiale e nel 1915 viene assegnata come crocerossina a un lazzaretto gremito di soldati austriaci. Si guadagna la medaglia d’oro. Nel 1921, la conversione: mentre è in vacanza in Baviera, le viene tra le mani un libro intitolato Vita di santa Teresa d’Avita scritto da lei stessa,

lo legge e rimane folgorata. A trenta anni riceve il battesimo e la prima comunione. Abbandona l’insegnamento universitario e si trasferisce a Spira, dove per nove anni insegna letteratura tedesca nel Collegio delle domenicane. E intanto scrive saggi. Il 15 aprile del 1934 la porta del convento del Carmelo, a Breslavia, si chiude alle spalle di Edith che da quel giorno diventa suor Teresa Benedetta della Croce. Tre anni dopo anche la sorella Rosa chiede di entrare nelle carmelitane. Le persecuzioni antiebraiche inducono la madre superiora a trasferire le due suore al Carmelo di Echt, in Olanda. Teresa riprende i suoi studi, scrive il saggio Essere finito ed eterno. Ma ormai i nazisti stanno per catturarla: muore martire nella camera a gas. Beatificata nel 1987, è stata proclamata santa da papa Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998 in San Pietro.

ll martirio ad Auschwitz

Sul calar della sera del 2 agosto 1942 due ufficiali tedeschi delle SS bussano al portone del Convento del Carmelo a Echt, in Olanda. Alla suora portinaia intimano: «Suor Stein, subito!». Suor Stein e non suor Teresa Benedetta: il cognome ebreo prevale sull’abito religioso. Caricata con la sorella Rosa su un camion stipato di altre donne, suor Teresa comincia il suo calvario. Viene prima portata in un campo di concentramento olandese, poi destinata ad Auschwitz, in Polonia. Le tolgono l’abito monacale, sostituito dal camicione a righe con una stella gialla, marchio degli ebrei, cucita sul cuore. Sul braccio ha un numero tatuato, il 44074, è rapata e deve subire umiliazioni e sofferenze. Ma è serena. Scrive: «Non si può acquistare una “coscienza della croce” se non si incomincia davvero a soffrire sotto il peso della croce».

Ad Auschwitz, Edith Stein diventa un angelo consolatore per le centinaia di altre donne ebree che aspettano la morte. Ha scritto una sua biografa: «Lei prevedeva la sorte riservata a tutte le sue compagne e misurava in anticipo la sofferenza che l’attendeva… non già la propria, ma quella delle altre…, il peso del suo dolore sembrava immenso, schiacciante…, quando sorrideva, il suo sorriso saliva da tale profondità di sofferenza che faceva male».

Anna Frank, un’adolescente tedesca

Nasce a Francoforte il 12 giugno 1929. Suo padre, Otto, appartiene a un’antica famiglia ebrea tedesca che lascia la Germania nel 1933, quando Hitler sale al potere, e si trasferisce ad Amsterdam, in Olanda. Nel ’41 Otto Frank è costretto a cedere la sua azienda, che produce gelatine, a due suoi impiegati: agli ebrei viene confiscato tutto. Le persecuzioni razziali aumentano, Anna e la sorella Margot vengono allontanate dalla scuola, tutti i centomila ebrei olandesi sono schedati. Otto Frank e la moglie Edith sono convinti che la guerra sarà breve e decidono di nascondersi. Preparano con cura il rifugio, nel retro della loro ex ditta: due stanze, un deposito e un solaio con la finestra sui tetti. Il 6 luglio del 1942, i Frank e la famiglia Van Daan, che hanno un figlio quindicenne di nome Peter, raggiungono il nascondiglio. Nel novembre di quell’anno si unisce a loro anche il dentista ebreo Albert Dussel. Dura 25 mesi il segreto. Poi il 4 agosto del ’44, quando la salvezza sembra vicina (gli Alleati sono a Firenze, i russi nel cuore della Polonia), la Gestapo scopre il rifugio. C’era una taglia di sette fiorini (75 lire italiane di allora) per ogni ebreo: forse i Frank sono arrestati per una delazione. Comincia la deportazione: prima tappa, il campo di raccolta di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Poi due mesi ad Auschwitz e infine a Bergen Belsen, nella Bassa Sassonia, il più terribile dei campi di sterminio. Anna muore, stroncata dal tifo, tra febbraio e marzo del ’45.

A Bergen Belsen l’autrice del “Diario”

Nel 1945, tra le mura affumicate della soffitta di Amsterdam, inutile nascondiglio dei Frank e dei loro amici, viene trovato un quadernetto rosa. L’ha regalato Otto Frank alla figlia Anna, nel giugno del ’42, per il tredicesimo compleanno. In quel quaderno c’è lo straordinario documento let­terario e umano che il mondo oggi conosce come Il diario di Anna Frank.

Su questo libro, best seller mondiale che ogni tanto esce in “versione integrale”, si è molto romanzato. La verità è che Anna scrisse una prima versione del diario, una sorta di “specchio dell’anima” del tutto privato. Quello che si chiude nel cassetto a chiave, per intenderci. Poi ne redasse una seconda, già pensando di diventare scrittrice, da pubblicare. Le traversie di quei manoscritti furono molte: lei stessa decise i tagli per la versione “pubblica”. Ma dopo la sua morte sul testo intervenne il padre, il solo scampato della famiglia. E da padre eliminò le parti che lo turbavano, per comprensibile pudore e riservatezza familiare. Poi ci lavorarono un professore e un editore. Nel 1993 Einaudi ha riproposto il testo integrale che nasce dalla sovrapposizione e traduzione letterale di quelle due versioni, un delicato lavoro di integrazione che restituisce l’intero Diario: una lezione di vita per tutti.



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