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Io suora nel dramma di Mossul

Suor Rahma Marzena, della congregazione delle Domenicane di santa Caterina da Siena, racconta la vita della sua comunità nell’Iraq degli attacchi ai cristiani. «Abbiamo dovuto chiudere tutte le finestre e le porte della nostra casa madre con grossi mattoni. Le consorelle anziane preferiscono morire piuttosto che lasciare questa casa vuota»

«Ho appreso con profonda tristezza le tragiche notizie delle recenti uccisioni di alcuni cristiani nella città di Mossul e ho seguito con viva preoccupazione gli altri episodi di violenza, perpetrati nella martoriata terra irachena ai danni di persone inermi di diversa appartenenza religiosa». Al termine dell’Angelus di domenica scorsa, Benedetto XVI ha voluto esprimere così il suo cordoglio «per tutte le vittime» degli attentati che continuano a insanguinare la terra irachena, alla vigilia delle elezioni parlamentari – fissate il prossimo 7 marzo – per la scelta dei 325 membri che andranno a formare il Consiglio dei rappresentanti, quasi 7 anni dopo l’ingresso delle truppe statunitensi a Baghdad.

Sempre domenica scorsa, a Mossul e dintorni vescovi, sacerdoti, religiosi e laici hanno compiuto una silenziosa marcia della pace, commemorando mons. Faraj P. Rahho, presule caldeo della diocesi rapito e ucciso esattamente due anni fa.

Alla vigilia dell’appuntamento elettorale, dunque, si respira nel Paese un clima «teso e ambiguo: c’è timore, non serenità. Ma il Signore non ci lascia: queste sono le parole del nostro popolo», afferma con sicurezza la domenicana suor Rahma Marzena, originaria di Karakosh, città cristiana in provincia di Mossul «attaccata tante volte del terrorismo». La situazione è a dir poco incandescente. Per l’arcivescovo caldeo della città, mons. Emil Shimoun Nona, Mossul sta vivendo un’«emergenza umanitaria»; «centinaia di famiglie cristiane» hanno abbandonato le loro case il 24 febbraio scorso, secondo quanto riferisce l’agenzia AsiaNews, dopo l’ondata di attacchi dei giorni scorsi in cui sono morti 5 cristiani e poi una famiglia intera.

Quella di suor Rahma – il suo nome è già un programma di vita, dato che in arabo significa «misericordia» – è una congregazione che in Iraq ha radici profonde: le domenicane di Santa Caterina da Siena, infatti, sono state fondate dai padri domenicani francesi proprio a Mossul 123 anni fa, nel 1887, per educare le ragazze e le donne dei villaggi cristiani, oltre e collaborare nelle parrocchie e in diversi servizi ecclesiali. Oggi le religiose sono 162 in 26 diocesi (135 in Iraq, divise tra Baghdad, Mossul, Arbil e Kerkuk), impegnate nella catechesi e nelle scuole, nell’assistenza ai malati e nella vicinanza alla popolazione, accompagnando «giovani e famiglie in difficoltà». Una solidarietà testimoniata tutt’altro che con le parole: le religiose condividono ogni giorno terrore e distruzione con i loro fratelli cristiani: «Abbiamo subito tanti attacchi terroristici nei nostri diversi conventi: Mossul, Telkef, Telleskuf, Baghdad – racconta suor Rahma -. Qualche volta le bombe sono state messe proprio per colpire le nostre case, altre volte per demolire edifici vicini».

L’ultimo attacco? Alle ore 10.30 del 26 novembre scorso, mezz’ora dopo l’esplosione nella chiesa di Sant’Efrem, «compiuto proprio per distruggere la nostra Casa madre a Mossul. Abbiamo dovuto chiudere tutte le finestre e le porte con grossi mattoni». Prima dell’attentato, nel grande e vivace convento si svolgevano «tante attività, tra cui la formazione spirituale per le suore. Invece ora è soltanto un palazzo diroccato… Alcune sorelle anziane vivono ancora lì, ma non possono uscire; però preferiscono morire che lasciare la casa vuota: per loro significherebbe lasciare un luogo dove si è svolta tutta la nostra storia e dove è avvenuta la nostra fondazione».

Tuttavia il fondamentalismo si muove a 360 gradi contro i cristiani: non solo i religiosi sono presi di mira. Suor Rahma, 47 anni e 15 di vita consacrata (prima di entrare tra le domenicane, ha fatto per 7 anni l’impiegata presso un tribunale), ci tiene a precisarlo: «L’atteggiamento nei confronti di tutti cristiani è negativo in generale: soffrono e sono oppressi in tanti modi. E c’è una discriminazione terribile nei loro confronti: prima del 2003 era impensabile. Lo scontro tra musulmani e cristiani – osserva risoluta – è certamente di origine politica, perché come popolo iracheno non avevamo mai avuto questi problemi: vivevamo insieme in pace e amore, senza dire “questo è un musulmano, questo è un cristiano… Ognuno ha la sua cultura e tradizioni, i suoi diritti e compiti, ma come cittadinanza eravamo uniti».

Invece ora si scappa da «una vita piena di terrorismo e oppressione: si esce di casa senza sapere se si ritornerà vivi. I credenti si aggrappano solo alla speranza nel Signore: Lui ci dona la gioia e la salvezza. Spesso le persone, specialmente i giovani, si salvano dalle bombe, meravigliandosi di come sia potuto succedere». Ma le domenicane, nonostante le gravi difficoltà e gli attacchi, restano. Qui i cristiani hanno piantato le tende dal primo secolo dopo Cristo, ricorda suor Rahma, «quando san Tommaso, partito per annunciare il Vangelo in India, prima è passato in Iraq e ha fondato due chiese sul fiume Efrate. Qui due suoi discepoli, Adei e Mari, hanno continuato la sua missione». Proprio nella sua terra, la religiosa sente di aver vissuto «la pienezza della mia vocazione. Perché ho sentito quanto la gente ci vuole e quanto è importante star loro vicine. Non potete immaginare come ci accolgono e ci aiutano a continuare la nostra missione, a vivere la nostra chiamata. Non vogliono solo la nostra presenza e preghiera: ci chiedono di essere buone ascoltatrici dei loro problemi e speranze, gioie e sofferenze».

da: (Quaderni Cannibali) Marzo 2010autore: Laura Badaracchi

sito:https://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=126028

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