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PAOLO GUBINELLI Convergenze elettive tra Arte e Musica

Le opere su carta del poeta dell’arte contemporanea, come è stato giustamente definito Paolo Gubinelli, sono capaci di trasmettere la profonda spiritualità e l’ancestrale sentimento mistico dell’artista. Si potrebbe inoltre affermare che l’istinto primario, il dono ricevuto, sia per Gubinelli quello di trovare dentro di sé e poi nel mondo che lo circonda la legge fondamentale dell’essere, ossia la Bellezza come equilibrio perfetto, kairòs donato all’umanità.

Paolo Gubinelli

Tuttavia la sua Arte possiede anche un fil rouge con la musica e un particolare legame con alcuni grandi musicisti del passato. Questa peculiarità non è stata messa in evidenza dalla critica, che pure segue e studia meticolosamente la produzione del maestro individuando i rapporti intrattenuti con la poesia, non avendo preso nella giusta considerazione il percorso formativo di Gubinelli nato nel 1945 a Matelica, in provincia di Macerata, che annovera il Teatro comunale “Giuseppe Piermarini” dove Paolo fin da bambino avvia lo studio e la passione per la musica classica, iniziando a studiare fisarmonica all’età di cinque anni e clarinetto a dieci anni.

Soltanto il trasferimento in altre città italiane e l’avvio alla professione di pittore gli impediranno di frequentare il Conservatorio e diventare musicista professionista, ad ogni modo quell’iniziale bagaglio culturale è ritracciabile nella sua produzione pittorica. La musica, quindi, viene interpretata dal maestro nelle sue creazioni attraverso il segno mentale che unisce il pensiero di un nuovo linguaggio.

Come non riconoscere una convergenza elettiva tra Paolo Gubinelli e il compositore e pianista polacco Fryderyk Chopin(1810-1849): in entrambi l’accensione vibrante ed inquieta delle loro opere è una fiamma perennemente accesa. Lontani nel tempo ma vicini nell’esperienza umana di non essere compresi veramente dal loro tempo, di sentirsi a disagio in tutti i luoghi se non quello dell’anima.

Inoltre, nel ciclo dei Graffi, realizzati dal maestro marchigiano con colori in polvere su carta, il concetto di “spazio-luce” si articola nell’ambito di una approfondita ispezione, in cui il pittore tende a ridurre sempre più i mezzi e i modi operativi in una severa meditazione, diventando occasione per ripercorrere la miscellanea di emozioni tra inquietudine e armonie di una vita mutevole dove alle ombre si avvicendano le luci e alla notte si sostituisce il giorno, elementi che ritroviamo nella tenerezza totale diChopin, dove la Bellezza assolutizzante dell’emozione toccata nel suo intimo occupano lo spazio della sola nota infinitamente ribattuta nel Preludio n. 15 op. 28 (1831-1838), detto “la Goccia” perché suscita questa immagine. Chopin e Gubinelli hanno in comune la corda che sola batte nel cuore umano, insistente in mezzo alle avventure-sventure della vita, cioè il tocco della felicità cercata, la sublime emozione di averla un attimo non solo percepita, ma colta.

Anche il ciclo dei Cerchiincisi e colorati sulla carta da Gubinelli trasmettono Bellezza. Provenendo dai suoi studi sul rinascimento e dall’armonia classica di quelle forma perfette, posseggono un andamento di eleganza sinuosa, di purezza che appartiene a quegli artisti per i quali la Bellezza si esprime in modo totalizzante come lirismo puro, in questo richiamando il compositore e musicista austriaco Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) che considerava la Bellezza il valore più alto e assoluto, ricerca anche faticosa, ma accolta come fosse un dono del cielo.

Chi ammira le ceramiche, come quelle esposte in permanenza alla pinacoteca comunale “R. Fidanza” della città di Matelica, i rilievi in vetro e le porcellana, i frottage su carta plastificata trasparente e le incisioni su plexiglass di Gubinelli, non avrà difficoltà a cogliere nelle opere la stessa atmosfera religiosa che si avvicina alla produzione di Johann Sebastian Bach (1685-1750) e in particolare alla Passione secondo Matteo. Un poema grandioso e commovente, dove si rintraccia una umanità che rivive il dramma di Cristo, non in modo singolo bensì corale, unitario.  Una realtà che penetra nelle singole arie, nei recitativi appassionati, trovando sfogo in corali di temperatura spirituale ed emotiva altissima. Questa caratteristica si ritrova in un altro capolavoro bachiano, il Magnificat (1728-1731) in cui ancora una volta solisti e coro si alternano e si uniscono, formando uno splendore così bello come la stella del mattino, simbolo mariano. 

L’atmosfera religiosa di Gubinelli si rintraccia anche in alcuni risultati del giovane Mozart, ad esempio nella musica sacra: la melodia purissima, ascendente del Laudate Dominum, di una bellezza “angelica”, e la luminosa, chiara Messa dell’Incoronazione (1779) con il canto dell’Agnus Dei, talmente ricco di palpitazione come momento di interiorità. E’ infatti una musica dell’anima, scesa come ispirazione limpida quasi da un cielo. Entrambi i maestri appartengono alla schiera degli artisti puri, come Angelico e Botticelli in campo pittorico, Chopin, Schubert e Pergolesi in campo musicale.

Nel ciclo delle Incisioni e piegature su carta bianca, dopo una intensa meditazione maturata nel silenzio e nel riserbo, Gubinelli elabora calibrate e ripetitive misure che ritmano lo spazio-tempo del foglio nell’atto incisorio, manifestando anche una monocromia armoniosa priva di addizioni cromatiche, di texture dove l’antinomia dell’ombra e della luce realizza un’entità spaziale.

Si veda ad esempio Installazione, N. 10 carte, cm 100×700 del 1977; Progressione analitica interattiva del 1979; Grande rotolo su carta trasparente del 1979, dove le ripetitive incisioni e piegature su carta bianca di Gubinelli, ma in altre opere anche su tela o su vetro, ci riportano ai Canti Gregoriani interpretati a cappella, senza accompagnamento strumentale, poiché ogni armonizzazione, anche minima, altera la struttura di questa armonizzazione. Si tratta cioè di un canto omofono, più precisamente monodico, essendo una musica che elimina la simultaneità sonora di diverse note: ogni voce che lo esegue canta all’unisono.

Tuttavia le piegature manuali del supporto concepite da Gubinelli, appena percepibili all’occhio e al tatto, ci trasmettono una “luce divina” e una spazialità sensibile che ci riporta alle monumentali Messe, come la Missa Papae Marcelli di Pierluigi da Palestrina. Le corrispondenze tra i due personaggi iniziano fin dall’adolescenza, entrambi enfant prodige. Nel 1544, a soli diciannove anni, Pierluigi fu assunto quale organista e maestro di canto nella cattedrale della sua città natale, Palestrina, con contratto a vita, rimanendovi però solo sette anni, durante i quali si dedicò intensamente alla composizione. Paolo a venti anni si trasferisce a Milano, affermandosi immediatamente nel campo della grafica, della progettazione architettonica e delle arti figurative, con la conoscenza di Lucio Fontana e i contatti continui con Bruno Munari a cui lo lega una grande amicizia e partecipando alle stesse mostre collettive.

Il dualismo che definisce il rapporto tra materia e forma, questa strutturale linea che attraversa l’intera storia del pensiero, costituisce l’asse intorno a cui Paolo Gubinelli ha declinato l’evoluzione della sua ricerca, proiettandovi una personalità tesa alla composizione di un sentimento ancestrale e puro del mondo e di un’altrettanto naturale propensione per l’euritmia geometrica. Quel suo fare è disposto a secondare pulsioni immaginative che sempre più chiaramente portano a impreviste strutturali formazioni, cariche di riferimenti etici e psicologici, forte di densità evocativa, in un circuito diretto fra memoria, immaginazione, emozione.



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