May
11th
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Pirelli ai cinesi, resa finale della grande industria italiana

C’era una volta una grande ed originale economia, quella italiana, strutturata durante il fascismo e i governi postbellici DC e DC-PSI, basata su una grande industria, per lo più di proprietà statale, e una media e piccola industria private.

Era nata negli anni venti, ad opera soprattutto dell’economista Alberto Beneduce (massone e socialista, interventista e ufficiale volontario durante la guerra 15-18) che, pur senza tessera fascista, godeva della stima del Duce. Prima del ventennio fu l’attore principale della creazione dell’INA (1911) e ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale (1921-22). Durante il ventennio fu il principale fondatore dell’IMI (1931) e dell’IRI (1933), salvando la grande industria italiana dalla crisi del ’29.

Nel dopoguerra Enrico Mattei, partigiano “bianco” e democristiano, disobbedì all’ordine di sciogliere l’AGIP (fondata nel 1926 dal regime fascista) e, al contrario, fondò l’ENI incorporando l’AGIP.

Poi, nel ’62, vennero i socialisti al governo e vollero la nazionalizzazione delle aziende produttrici di energia elettrica, fu creata l’ENEL.

Fino all’avvento del liberismo (anni ’80), l’Italia aveva una grande industria a partecipazione azionaria maggioritaria dello Stato (ENI, ENEL, Montedison, Italsider, Alfa Romeo, Telecom, Finmeccanica, più le grandi Banche d’Interesse Nazionale nate nel 1936 (Commerciale Italiana, Credito Italiano, Banco di Roma). Accanto all’industria controllata dallo Stato alcune grandi industrie private: FIAT, Olivetti, Pirelli. C’era poi Mediobanca, guidata dal genero di Beneduce Enrico Cuccia, che assisteva il “salotto” buono dei grandi industriali italiani ed era presente anche nelle Assicurazioni Generali.

Tutto ciò sta svanendo. Nelle aziende pubbliche: Montedison e Telecom sono state privatizzate e ridimensionate, Alfa Romeo è passata alla FIAT e adesso si trova nel gruppo FCA con un piede negli USA, Italsider passata a piccoli industriali bresciani dopo i guai ambientali provocati a Taranto è nel limbo, Finmeccanica alle prese con guai giudiziari per corruzione di governati africani (perché le altre aziende internazionali cosa fanno?), ENI e ENEL ad ogni governo cedono un pacchetto azionario al mercato. Per quanto riguarda le aziende private: FIAT appunto è confluita nella FCA, insieme a Chrysler, portando con se anche Lancia e Ferrari, con destino sempre meno italiano; Olivetti, dopo 20 anni di guida De Benedetti (78-98) è svanita; oggi il colpo di grazia: Pirelli venduta a un colosso cinese di stato.

Grazie al liberismo che non vuole frontiere adesso è lo stato cinese – che le sue frontiere se le tiene ben strette – a comprare i resti della nostra grande industria, che almeno la testa la mantenevano in Italia.

Complimenti alla classe politica della 2^ Repubblica! Almeno Craxi e Andreotti erano pronti a resistere, soprattutto alla privatizzazione delle BIN. Complimenti soprattutto a Prodi autore della svendita dell’IRI e dell’entrata nell’euro con il cappello in mano (celebre la sua intervista in cui ridendo diceva che lui e il collega belga, mentre gli altri decidevano sulla loro entrata nell’euro, aspettava “sitto” nell’anticamera). E complimenti sempre a Prodi che si precipitò a Pechino ad offrire il Mezzogiorno agli investimenti dello stato capital-comunista appena ridivenne premier nel 2006.

Per quanto riguarda la sinistra: non ci ha capito nulla, pur di andare al governo si è dimenticata della politica estera ed ha accettato qualsiasi diktat finanziario.

Nel frattempo si sono rafforzati in Germania, Francia e Gran Bretagna i colossi industriali e finanziari.

“Hai serva Italia di dolore ostello…”

 



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