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Inquinamento spaziale e la sindrome di Kessler

 

Il problema dei detriti spaziali[1] è molto importante, non solo per la sicurezza degli equipaggi, ma anche per l’inquinamento spaziale che ne deriva. E’ noto infatti che un piccolo oggetto metallico di 10 cm di diametro è in grado di produrre danni enormi, perché le orbite, in caso di incidenza perpendicolare, possono arrivare a determinare un impatto fino ad oltre 40.000 km/ora. Per avere un termine di paragone basta pensare che un missile aria-aria, utilizzato comunemente nell’aviazione militare, viaggia a due volte e mezzo la velocità del suono, cioè ad “appena” tremila km/ora.

Tuttavia i detriti vengono intercettati per tempo e gli astronauti modificano i parametri orbitali della stazione che li ospita in modo da schivare il pericolo imminente.

Negli ultimi otto anni queste manovre evasive sono state applicate in media una volta all’anno.  Una media considerevole che fornisce il polso dell’entità del fenomeno della “monnezza spaziale”.

Tali e tanti sono i pezzi abbandonati in orbita intorno al nostro pianeta che questi hanno formato due zone di detriti spaziali, una nuvola di oggetti in bassa orbita ed un anello in orbita esterna alla geostazionaria, similarmente agli anelli di Saturno.

In queste due zone si possono trovare razzi esauriti, pezzi di missili, minuterie metalliche dovute alla frammentazione di pezzi di veicoli spaziali, liquido refrigerante, vernice, ecc…

Si stima, ad oggi, che il numero di questi detriti si aggiri attorno alla ragguardevole cifra di decine di milioni.

L’urto di uno di questi pezzi, se sufficientemente piccolo, provoca di norma l’istantanea polverizzazione dello stesso detrito e un foro normalmente riparabile con un sottile strato metallico da applicare alla superficie esterna dell’astronave.

Non tutte le componenti sono riparabili, come avviene ad esempio per le antenne ed i pannelli solari e, quindi, l’unica alternativa possibile è di evitare la collisione.

Va da sé che per evitare una collisione è necessario intercettare gli oggetti potenzialmente pericolosi: anche su questo fronte le astronavi non sono poi così protette, essendo dotate di strumenti in grado di intercettare detriti di diametro variabile tra i 5 e i 50 centimetri, a seconda del livello orbitale in cui sono collocati.

Fortunatamente, gli oggetti in orbita non sono dotati di propulsione e possono ridursi cadendo naturalmente nell’atmosfera.

Ma il problema più grave è che, se la densità dei detriti spaziali supera una certa soglia, allora la mutua collisione tende a generare nuovi detriti e così via in un effetto domino che va sotto il nome di Sindrome di Kessler[2], destinato ad incrementare i detriti indefinitamente, peggiorando quindi sempre di più lo stato delle cose.

 


 

[1] Con detriti spaziali, detriti orbitali, spazzatura spaziale o rottame spaziale si indica tutto ciò che orbita attorno alla Terra creato dall’uomo e non più utile. Ricadono in questa definizione gli stadi dei razzi, frammenti di satelliti, scaglie di vernici, polveri, materiale espulso dai motori dei razzi, liquido refrigerante rilasciato dal satellite nucleare RORSAT ed altre piccole particelle.

[2] Nel 1991, il consulente NASA, Donald J. Kessler ipotizzò che la conseguenza diretta del realizzarsi di tale scenario consiste nel fatto che il crescente numero di rifiuti in orbita renderebbe l’esplorazione spaziale, e anche l’uso dei satelliti artificiali, impossibile per molte generazioni



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