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18th
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Giotto: vizi e virtù

Giotto di Bondone, forse diminutivo di Ambrogio, conosciuto semplicemente come Giotto[1], è stato un pittore e architetto italiano. Una leggenda popolare tramanda come Giotto fosse capace di disegnare una perfetta circonferenza senza bisogno del compasso, la famosa “O” di Giotto. In realtà Giotto divenne già in vita un artista simbolo, un vero e proprio mito culturale, detentore di una considerazione che non mutò, anzi crebbe nei secoli successivi.

Giotto fu “Il più sovrano maestro … in dipintura che si trovasse al suo tempo, e quegli che più trasse ogni figura e atti al naturale.”[2]. Giotto “Rimutò l’arte di greco in latino e ridusse al moderno”[3]  cioè superò gli schemi bizantini e iniziò una nuova rappresentazione che introduceva il senso dello spazio, del volume e del colore anticipando i valori dell’età dell’Umanesimo.

Infatti, è Giotto che introduce (o reintroduce dopo la pittura greco-romana) lo spazio in pittura, attraverso l’uso di una prospettiva empirica. Le sue architetture prendono ad avere un rapporto più realistico (come spazi abitabili) e coerente con i personaggi umani e non sono più una rappresentazione solo simbolica.

Last but not least, è Giotto a dare caratterizzazione psicologica alle sue figure e ad avviare il processo di laicizzazione della pittura.

Ad Assisi, le “storie di Isacco” e di “san Francesco”, a Firenze “La Croce di Santa Maria Novella” (1290-1300), a Louvre (1300 circa) “Le Stigmate di san Francesco”, ed “Il crocifisso” di Rimini, nonché “il Giudizio Universale” (un affresco di quasi 100 metri quadri) a Padova, nella Cappella degli Scrovegni sono solo le sue opere più celebri.

Come noto tutto il “Giudizio universale” percorre l’intera zona superiore della parete d’ingresso della Cappella, che, non va dimenticato, nasce con una funzione votiva e penitenziale.

L’intero impianto strutturale rispetta le regole iconografiche tradizionali con l’imponente figura del “Cristo Giudice” collocata al centro. In entrambi i lati, dominano due schiere di angeli a zone radialmente sovrapposte; ai lati del Cristo stanno gli apostoli, mentre sotto, separati da un’oblunga  croce tenuta ferma da due angeli, i gruppi dei santi e degli eletti, disposti sulla destra (del Cristo), mentre i demoni ed i dannati e i demoni, sulla sinistra.

Di tutto l’affresco, soltanto alcune parti sono da considerarsi autografe di Giotto, tuttavia molto poca attenzione si pone alle parete laterali della Cappella là dove sono rappresentate a sinistra ed a destra guardando l’ingresso, le allegorie delle virtù e dei vizi che praticate dall’anima durante la vita terrena hanno come frutto il raggiungimento dell’una o dell’altra realtà.

Si tratta di un sistema di elementi finto architettonici dipinti, ma altrettanto importanti nell’economia dell’articolato programma iconografico studiato da Giotto.

Infatti le allegorie a monocromo delle Virtù[4] e dei Vizi[5] dipinte sopra lo zoccolo a finti marmi che corre lungo la parte basse della navata svolgono un compito didattico.

Le figure simboliche si trovano quasi a livello del pavimento della Cappella, tanto da poter essere definite una sorta di ‘registro di attualità’.

Infatti, mentre il Giudizio Universale narra un evento futuro e la storia sacra delle pareti[6] narra episodi avvenuti nel passato, il campo d’azione delle Virtù e dei Vizi situa l’osservatore nel presente, il mondo terreno.

Il fedele che si trova nella Cappella si sente direttamente coinvolto, chiamato in causa. Esplicito, in tal senso, è lo sguardo di San Pietro nella Pentecoste, l’unico personaggio di tutta la sequenza parietale che si volta verso lo spettatore. Dall’ultimo riquadro, il santo, a cui è stato affidato il ministero della Chiesa, si volta a fissare chi si trova sulla Terra, nella decisiva alternativa tra il bene e il male.

Il sistema delle antinomie giottesche pone al centro, a metà della navata, la coppia Giustizia-Ingiustizia: sono due allegorie monumentali, sedute in robusti seggi, completate da minuscole scene che mostrano il sereno svolgersi della vita governata dalla Giustizia e, viceversa, la brutalità e la violenza provocata dall’Ingiustizia.

Le altre coppie, abbinate secondo il criterio dell’abbinamento dei contrari, sono dall’altare verso la controfacciata: Prudenza e Stoltezza; Temperanza ed Ira; Fede ed Idolatria; Carità ed Invidia; Fortezza e Incostanza; Speranza e Disperazione.

Il motivo della lotta tra il vizio e la virtù ha numerosi precedenti nell’arte medievale: tuttavia, la soluzione adottata da Giotto conferisce alla sequenza serrata delle allegorie la drammatica impressione del cammino dell’esistenza umana stretto nell’ossessiva necessità di scegliere il proprio destino. Come già detto, le Virtù sono a destra, dalla parte dei beati, mentre i Vizi, sul lato opposto, conducono all’Inferno.

Con queste figure allegoriche il grande pittore fiorentino si è cimentato con il non facile compito di simulare una ricca fascia de­corativa in marmi policromi e di rendere, con il solo impiego del chiaroscuro, il senso del rilievo e del volume tipico di una scultura a tutto ton­do. Si tratta di una prova d’abilità straordinaria, per realizzare la quale Giotto ha studiato i mar­mi antichi (a Roma) e quelli bizantini, analiz­zando a fondo le loro caratteristiche fisiche e cromatiche e riuscendo a riprodurne, oltre alle venature, addirittura la grana, la lucentezza e le diverse porosità.

Come esempio di allegoria citiamo “La Carità”[7] (vedi figura), che poggia i piedi su rigonfi sacchi di grano e che regge con la mano destra un bacile che rappresenta l’abbondanza, offre in dono a Cristo un frutto, proprio perché l’uomo deve riconoscere Gesù nell’altro uomo (“Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”, dal vangelo di San Matteo cap. 25, versetti 35-37)…


[1] Vespignano 1267 circa – Firenze, 1337

[2] Giovanni Villani

[3] Cennino Cennini

[4] Secondo la dottrina cristiana le sette Virtù sono le tre teologàli (cioè riferite a Dio, in greco theòs), Fede, Speranza e Carità, e le quattro cardinàli (cioè le più importanti dell’agire umano), Prudenza, Giustizia, Fortezza e Tem­peranza.

[5] Secondo la dottrina cristiana i sette Vizi Capitali, cioè tali da precludere lo sta­to di grazia, sono: Superbia, Avarizia, Lussùria, Ira, Gola, Invidia e Accìdia.

[6] La vita di San Gioacchino e Sant’Anna (genitori di Maria) e la vita di Gesù.

[7] La Cappella e’ intitolata a Santa Maria della Carità.

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