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27th
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Dante e Adamo

Nei canti XXIV, XXV e XXVI del paradiso dantesco si celebrano le tre virtù teologali. Si tratta dei doni che lo Spirito Santo di Dio elargisce e cioè la fede, la speranza e la carità; virtù, quindi, che non sono proprie dell’uomo per natura, ma solo per grazia.

I tre canti hanno protagonisti gli apostoli san Pietro[1], San Giacomo[2] e San Giovanni[3] che interrogano rispettivamente Dante su cosa siano queste tre virtù, se effettivamente le possiede ed anche come le ha ricevute.

Tuttavia il XXVI canto, quello sulla Carità, si chiude evocando un quarto personaggio a cui, questa volta, è Dante che pone le domande. Si tratta del progenitore dell’umanità: Adamo, presentato a Dante dalla stessa Beatrice in questo modo: “dentro da quei rai vagheggia il suo fattor l’anima prima che la prima virtù creasse mai”[4].

Le terzine con cui Dante descrive il nostro progenitore sono brevi pennellate che ne indicano alcune caratteristiche peculiari:

  1. Adamo è l’unico uomo nato adulto;

  2. E’ il padre tanto “antico” che ogni sposa gli è insieme figlia (in quanto discende da lui) e nuora in quanto moglie di un suo discendente.

Ma Adamo non si fa abbindolare da questi appellativi e, poiché vede direttamente nella mente di Dio[5], confessa di sapere cosa Dante, in realtà, gli vuole chiedere; infatti Dante vuole sapere, innanzitutto, con quale lingua comunicava.

Adamo spiega di essere restato nel paradiso terrestre per poco più di 6 ore e che Dio gli ha fatto il dono della parola e non di una lingua già strutturata. Pertanto, Dante vuole dirci che la lingua adamitica, essendo un’opera umana[6], era comunque soggetta ad estinzione.

Questa curiosità che Dante si fa svelare da Adamo, non era fine a se stessa ma evidenziava, probabilmente, la problematica che aveva con i suoi contemporanei i quali lo contestavano perché nello scrivere la Divina Commedia utilizzava l’italiano volgare invece del latino.

Allora in questo modo Dante sembra giustificare la sua scelta, cioè quella di usare il volgare per il suo poema sacro, considerando la lingua latina come uno dei tanti “costumi” umani che prima o poi sarebbe andato in disuso.

Bibliografia:

Dante Alighieri Commedia Vol. 3 Paradiso con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Ed. Zanichelli, 2001



[1] Canto XXIV v. 34: “O luce eterna del gran viro a cui Nostro Signor lasciò le chiavi”.

[2] Canto XXV v.17: “Ecco il barone per cui là giù si vicita (visita) Galizia”.

[3] San Giovanni, invece, è introdotto nel XXV canto al v. 112: “questi è colui che giacque sopra ‘l petto del nostro pellicano, e questi fue di su la croce al grande officio eletto”.

[4] Dentro quei raggi contempla amorosamente (vagheggia) il suo creatore la prima anima che la prima virtù (cioè Dio) avesse mai creata  (cioè quella di Adamo). (cfr. XXVI v.82)

[5] “Perch’io la veggio nel verace speglio che fa di sé pareglio a le altre cose” (cfr. XXVI v.106)

[6] Isaia 40, 6 “Una voce dice: «Grida» e io rispondo: «Che dovrò gridare?». Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo”.



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