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In attesa del nuovo presidente USA…

La scoperta dell’America

Oceano Atlantico, 12 ottobre 1492. Alle due di notte un marinaio della Pinta, la caravella che insieme alla Niña e alla Santa Maria è partita più di due mesi prima dalla Spagna, lancia il grido tanto atteso: «Terra! Terra!». Gli uomini dei tre velieri, che da tempo temevano di essersi perduti nell’ Oceano, si abbracciano piangendo. Il più felice è proprio l’uomo che ha avvistato quella linea scura all’ orizzonte. Si chiama Rodrigo di Triana, pensa di essersi guadagnato la pensione a vita promessa dal re al primo che annuncerà l’arrivo nelle Indie. Nessuno a bordo si rende conto che non è stato raggiunto l’estremo Oriente, bensì un continente sconosciuto. Comunque, al povero Rodrigo non andrà un soldo. Lo stesso comandante della piccola flotta, Cristoforo Colombo, sostiene di avere scorto una luce durante la sera precedente. Fra l’ammiraglio e il semplice marinaio, sarà creduto naturalmente il primo. Dalle navi, appena fatto giorno, si vede a circa sei miglia una striscia bianca di sabbia che termina in un promontorio. Il vento soffia forte, c’è il rischio di urtare contro qualche scoglio. Solo a mezzogiorno, risalendo la costa, si scopre una piccola baia dove l’acqua sembra tranquilla. (Verrà chiamata la Baia di Fernandez, senza sapere il motivo di questo nome: un luogo dimenticato nell’isola di San Salvador, fra le più povere delle Bahamas). Quando Colombo sbarca, si fa seguire dai comandanti delle altre due caravelle, i fratelli Pinzon: entrambi sull’ orlo della ribellione durante la traversata dell’Atlantico, ma ora entusiasti. L’ammiraglio sente la solennità del momento. Crede di aver trovato una nuova via verso le isole delle spezie, che arrecheranno maggiore ricchezza alla Spagna: certo i sovrani gli tributeranno i dovuti onori. Indossa le sue vesti più ricche e regge nella mano destra lo stendardo reale. Dopo essersi inginocchiato rendendo grazie al Signore, e baciato il suolo, prende possesso dell’isola in nome del re Ferdinando e della regina Isabella. Il navigatore genovese e i capitani spagnoli non sono soli sula spiaggia. A poco a poco escono dai cespugli gruppi di isolani “indiani”, secondo i nuovi venuti nudi e disarmati. Assai più stupiti che spaventati, vanno a osservare da vicino quelle pelli bianche, mai viste, quelle barbe, quegli abiti pieni di ori e fregi. Poi si arrischiano a toccare quegli strani esseri, che li lasciano fare. Gli indigeni non capiscono a che cosa servano le corazze di ferro; e quando uno prende in mano una spada, che giudica «più aguzza di una lisca di pesce», si taglia insanguinandosi tutta la mano. Il suoi compagni si ritraggono, finalmente impauriti. Quella spada e le armi che più tardi gli europei porte-ranno nell’ intero continente sono il simbolo dell’imminente distruzione di una civiltà, a opera di conquistatori che ridurranno in schiavitù interi popoli.

Pionieri e avventurieri alla conquista di ricche terre

La scoperta dell‘America è uno degli eventi che più hanno inciso nella storia dell’umanità. Per i popoli dello sterminato continente, che in pochi decenni vedrà l’arrivo di lotte con migliaia di pionieri e avventurieri, è l’inizio della fine. Periranno gli Aztechi del Messico e gli Incas del Perù; la medesima sorte toccherà alle tribù guerriere del Nord, che tuttavia resisteranno sin quasi alla fine dell‘Ottocento. Il dominio dell’uomo bianco si diffonde a macchia di leopardo, dapprima sulle coste e poi, lentamente, in isolati capisaldi all’interno. Ai conquistatori spagnoli seguono i portoghesi, i francesi, gli inglesi; tutti tendono a trovare oro e avviare commerci. Perde quasi di colpo importanza il Mediterraneo, già centro della civiltà occidentale. I grandi traffici, apportatori di prosperità e anche di progresso, si svolgono ormai lungo le rotte atlantiche. È l’epoca d’oro della colonizzazione, che arricchirà le potenze europee a spese delle popolazioni locali. Arrivano nelle tre Americhe emigranti di ogni nazionalità e natura, che faticheranno a sentirsi americani: solo guerre e rivolte consentirono l’approdo all‘ indipendenza. È decisiva la formazione degli Stati Uniti, che si sono ribellati all’esercito inglese: bande di ribelli, inizialmente, che getteranno le basi della maggiore potenza mondiale. Oggi è Washington il centro dell’attività internazionale, cinque secoli dopo lo sbarco di Cristoforo Colombo.

Un eccezionale impresa marinara

Sebbene gli spagnoli lo considerino un connazionale, nessun dubbio che Cristoforo Colombo fosse italiano. Già nel 1492 un documento riguardante i suoi accordi coni sovrani di Madrid lo definisce Cristobal Colon Genovés. Uomo complesso, pieno di ambizione, dominato dall’idea fissa della via per le Indie (raggiungere l’Oriente navigando verso Occidente), il genovese spende metà della sua vita in parte navigando, in parte insistendo presso reali e scienziati sulla validità del suo progetto. Il duro carattere lo porta a scontrarsi con i sovrani spagnoli quando, superata l’ostilità dei cortigiani, pretende per sé e i suoi eredi enormi privilegi e titoli vicereali nelle terre che è sicuro di scoprire. Nato nel 1451 da una famiglia di piccoli artigiani e commercianti liguri, ha 41 anni quando i governanti, specie per l’influsso della regina Isabella, gli affidano le tre caramelle che dovranno raggiungere le Indie, la Cina, il Giappone. Colombo ha rivolto la stessa offerta ai portoghesi, che l’hanno rifiutata: e Lisbona rimedierà in seguito con altre spedizioni oltre Oceano, destinate a suscitare una viva rivalità con Madrid. Lasciato il porto di Palos il 3 agosto 1492, e le Canarie il 6 settembre, Colombo sa sfruttare con straordinaria abilità gli alisei, venti oceanici che pochi conoscono. Oltre che di portata storica, la sua è un‘impresa di superiore marineria. Doti che poco gli serviranno dopo il ritorno in Spagna: dapprima grandi onori, quindi litigi e sfavore della corte fino alla morte, passata quasi inosservata, il 20 maggio 1506.



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