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17th
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Le Radici e la Speranza

Esiste un luogo al mondo dove il paradosso si fa quotidianità. Si trova nel sud dell´Algeria in pieno deserto ed è generalmente chiamato “Campi Profughi Sahrawi“. 
Io ci sono stata. Dal 1997 ad oggi – per periodi più o meno lunghi – ho condiviso la mia vita con quei luoghi e quella gente al punto che il colore del cielo e della terra mi è diventato familiare
Se non avessi avuto la frenesia da viaggiatore che annota tutto in un piccolo taccuino ora non mi ricorderei più le sensazioni che provai al mio arrivo e sono grata alla mia timidezza perchè pur di evitare il confronto con i tanti cooperanti che da anni lavoravano lì mi chiudevo per ore ed ore a scrivere e appuntare impressioni e sensazioni. 

Prima della partenza il Sahara occidentale era per me solo un buffo paese dai confini geometrici sulla carta africana, sempre segnalato con un colore diverso dagli altri. 

Ho iniziato poi a documentarmi ed a studiare, ma niente di tutto il materiale che ho trovato e “divorato” è stato utile come le interminabili serate con i sahrawi nelle loro tende a bere il the e chiacchierare. Tutto quello che so e che ho imparato da loro lo devo proprio a quelle serate.

 



Tutti i progetti di cooperazione che ha implementato Africa ´70 sono nati da questi preziosi momenti in cui i “beneficiari” assumono un volto e diventano una storia unica

Il mio lavoro di capo progetto in un intervento a favore dei pastori mi ha certamente dato uno strumento privilegiato per entrare in contatto con le persone più umili. Gli animali, il loro ruolo nella cultura di un popolo nomade costretto a sedentarizzarsi, la loro potenzialità di produrre alimento e reddito, sono stati per me la vera chiave di accesso ad un mondo ed al suo sapere.


Nelle tende Sahrawi a parte grandi quantità di pesantissime coperte e gli strumenti per fare il the (un vassoio, un braciere, bicchieri e zuccheriera ed una bacinella per buttare l´acqua sporca) non vi è  nulla. 

Ci sono però quelle che in gergo progettuale sono chiamate “Risorse Umane”, persone di una ricchissima cultura che garantiscono la sopravvivenza del sapere in questi luoghi tanto ostili. Le persone più anziane hanno grande importanza nella famiglia e nella società perché tutto ciò che è scritto nella loro storia è esperienza che, unita a quella degli altri anziani, permette ad un popolo di crescere

Come mi è stato detto da un anziano sahrawi:”Se le conoscenze sono acquisite in un determinato territorio ma da esso si è costretti per motivi bellici e politici a spostarsi, nel nuovo luogo ci si trova completamenti nudi, privi di strumenti per sopravvivere e totalmente dipendenti dalla comunità internazionale. E´ così che si perde la libertà per due volte in un colpo solo“. 

Da queste considerazioni è nata l´idea di studiare la medicina tradizionale sahrawi, patrimonio degli anziani ed a serio rischio di scomparsa, sia nel suo utilizzo quotidiano che come sapere da destinare ai libri di storia. 

Se si va in visita da un anziano sahrawi con entusiasmo ti mostrerà le piante che crescono nei dintorni delle sua tenda e per ciascuna ti dirà nome, utilizzo, regione e stagione di crescita e da chi ha imparato ad usarla.




Tutti i dati da noi raccolti sono serviti per arrivare alla stampa del manuale “Piante medicinali del Sahrawi”, redatto in lingua spagnola e successivamente tradotto anche in hassania (dialetto dell´arabo parlato localmente). 
Le principali piante utilizzate nella medicina tradizionale sono state raccolte e trapiantate in un orto all´interno dei campi profughi algerini per consentire ai giovani di conoscerle e riconoscerle. 
Infine, per dare un senso anche pratico applicativo al nostro studio abbiamo verificato in laboratorio l´efficacia di alcune delle piante medicinali contro le zecche, i pidocchi e la rogna. 

Con il nostro piccolo intervento, finanziato dal Comune di Milano, al quale hanno collaborato gli agronomi spagnoli di Jardines del Mundo ed i Veterinari di SIVtro VSF Lombardia, abbiamo cercato di mantenere in vita le radici di una cultura e di dare speranza alle nuove generazioni nella convinzione che, come diceva Josè Martì “Essere colti è l´unico modo di essere liberi“.

Sara Di Lello – Responsabile dei progetti di Africa’70 con i Sahrawi.

INFO: AFRICA’70 ONG www.africa70.org

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