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26th
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Il Cimitero delle Navi

Il 1916 è l’anno in cui si afferma il principio della guerra “totale”. Prima di allora i conflitti armati fra le nazioni erano vicende che impegnavano soltanto gli eserciti; la gente comune, salvo che avesse la sfortuna di trovarsi nel mezzo dei combattimenti o in città cinte d’assedio, poteva continuare in genere la propria vita normale. Ma nel momento in cui ci si uccideva dal Belgio alla Russia, dal Mare del Nord al Mediterraneo, era in pratica l’intero continente europeo che vedeva in gioco il proprio destino. La popolazione civile non poteva rimanere più estranea. Le conseguenze di questa nuova situazione furono molteplici. In primo luogo le perdite immense provocate dagli attacchi frontali, spesso inutili perché la medesima località poteva essere persa e riconquistata più volte, obbligarono i governi a richiamare pressoché tutti gli uomini validi. La durata della guerra, prevista inizialmente in pochi mesi, comportava spese altissime: perciò più tasse, prestiti pubblici, sacrifici per le famiglie, corruzione. Infine si poneva per ciascuno dei contendenti l’esigenza di fiaccare la resistenza fisica ed anche psicologica del nemico, cercando in particolare di affamarlo. Gli inglesi per primi avevano progettato un blocco navale della Germania, fallendo in parte per la scarsa propensione dell’Ammiragliato a cercare scontri aperti in mare, in parte per la forte protezione delle coste tedesche. Poi l’iniziativa passò a Berlino attraverso un mezzo micidiale e fino ad allora scarsamente impiegato, il sommergibile. In quel periodo la battaglia continua ad infuriare al nord della Francia ed in Belgio: i tedeschi compiono il massimo sforzo contro la zona fortificata di Verdun; i franco-inglesi tentano l’offensiva lungo il fiume Somme. Sono vicende alterne; ma la sostanza è che centinaia di migliaia di vite vengono distrutte senza che gli opposti eserciti compiano un sensibile progresso. Ancora una volta i generali, spesso con errori grossolani di valutazione, mandano i propri uomini a morte certa, desistendo solo quando da entrambe le parti si è sull’orlo del tracollo. E un’analoga tragedia, sia pure in condizioni molto diverse, si compie sui mari. Nei primi mesi del conflitto l’ammiragliato inglese ha incredibilmente sottovalutato il pericolo degli attacchi sottomarini. È convinto della superiorità decisiva delle proprie corazzate, anche se alla fine del maggio 1915 la battaglia dello Jutland; a poca distanza dalle coste norvegesi e danesi, ha dato un successo tattico ai tedeschi. Solo nell’estate si capisce a Londra il peso reale della minaccia. In giugno i sommergibili affondano navi per centomila tonnellate, che diventeranno quasi 400 mila in dicembre, per salire ad un milione di tonnellate al mese. Ogni quattro navi che lasciano i porti, una finisce in fondo al mare. Gli inglesi sopportano metà delle perdite; il resto è costituito da mercantili neutrali. Si registrano episodi clamorosi: un solo U-Boot (abbreviazione di Unterseeboot, che in tedesco significa sommergibile) della Germania riesce a colare a picco in poche settimane naviglio per 70 mila tonnellate; due o tre U-Boote distruggono una trentina di navi in zone sorvegliate da oltre cento cacciatorpediniere britanniche. Londra cerca di correre ai ripari utilizzando navi-civetta: finti mercantili che, al momento dell’attacco, si rivelano provvisti di cannoni e bombe di profondità. Il risultato è che i tedeschi annunciano l’affondamento di tutte le navi che troveranno sulla loro strada, si tratti di nemici o di neutrali. Sanno di rischiare l’intervento dell’America, dove già è esplosa l’indignazione per la fine del transatlantico Lusitania, avvenuta nella primavera del 1915, con 1.100 passeggeri annegati dopo il siluramento. Ma sperano di vincere prima. La svolta della guerra nei mari avviene quando l’ammiragliato si convince ad adottare il metodo dei convogli. Invece di viaggiare da sole, le navi si raggruppano sotto la protezione della flotta di guerra. In breve le sorti si capovolgono. Al posto di facili prede gli U-Boote incontrano massicce formazioni, ben guardate ai lati. Le perdite inglesi scendono dal 25 all’1 per cento; nello stesso tempo i sommergibili vengono decimati. Berlino non riesce a rimpiazzare le perdite. Un altro elemento decisivo è costituito dalle mine. Sull’Atlantico, sul mare del Nord, lungo le coste della Germania vengono posti giganteschi sbarramenti, centinaia di migliaia di vere e proprie bombe naviganti che fanno strage più ancora delle bombe di profondità. Indeboliti e demoralizzati, i tedeschi debbono progressivamente attenuare la loro offensiva. Ottengono ancora successi nel continente: la Romania, scesa in guerra a fianco degli anglo-francesi, viene rapidamente occupata, mentre gli inglesi riescono ad avanzare soltanto contro i turchi, prendendo Bagdad. Ma la Germania voleva mettere alle corde soprattutto l’Inghilterra, e non c’è riuscita. Verranno poi gli americani a far pendere definitivamente la bilancia dalla parte degli alleati.

 

Von Spee, un nome che non porta fortuna

Il nome dell’ammiraglio-conte von Spee ricorre in entrambe le guerre mondiali, la prima e la seconda. Von Spee comanda nel ’14 due formidabili incrociatori corazzati, lo Scharnhorst e lo Gneisenau, che si trovano nell’Oceano Pacifico all’inizio del conflitto. Passate nell’Atlantico meridionale, le due navi fanno strage di mercantili inglesi. La caccia dura mesi, finché nel dicembre 1914 l’ammiraglio inglese Sturdee riesce a prendere contatto. Presi in trappola, i due incrociatori vengono affondati. Venticinque anni dopo, Hitler dà il nome di Graf von Spee (“Graf” significa conte) alla corazzata tascabile che dovrà autoaffondarsi nel porto di Montevideo, dove l’hanno chiusa gli inglesi. Un nome che non porta fortuna



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