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27th
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San Francesco

……….È questo infatti lo spirito ultimo e vero con il quale dobbiamo guardare a san Francesco: lo spirito di gratitudine per ciò che ha fatto. Era soprattutto una persona che sapeva dare e la cosa che più gli stava a cuore era il miglior modo di dare, cioè ringraziare. Se di un altro grand’uomo si dice che abbia scritto un trattato del consenso, di lui si può dire che ha scritto un trattato dell’accettazione,

un trattato della gratitudine. Francesco capiva fino in fondo la teoria del ringraziamento, il cui fondamento è un abisso senza fine. Sapeva che rendere grazie a Dio poggia sulle sue basi più solide quando non poggia su nulla. Sapeva che possiamo misurare l’intensità del miracolo dell’esistenza se ci rendiamo conto che, se non fosse per uno straordinario atto di clemenza, noi potremmo anche non esistere. E una parte di quella più vasta verità si ripete in forma ridotta nel nostro rapporto con il grande creatore della storia. Sa dare cose che non potremmo mai immaginare; è troppo grande per qualsiasi cosa tranne che per la gratitudine. Da lui hanno avuto origine un totale risveglio del mondo e un’aurora nella quale forme e colori potevano essere visti in modo nuovo. La storia ci insegna che i grandi uomini di genio che hanno fondato la civiltà cristiana come la conosciamo sono stati suoi seguaci e imitatori. San Francesco ha dato all’Italia la poesia prima che venisse al mondo Dante; si è eretto a tribuno dei poveri prima del regno di san Luigi; ha dipinto affreschi prima di Giotto: è stato un precursore. Il grande pittore che ha dato inizio a tutta l’ispirazione della pittura europea si è ispirato a san Francesco. Si dice che quando san Francesco mise in scena, con la semplicità che gli era propria, una rappresentazione della natività di Betlemme con i re e gli angeli nei rigidi e vistosi costumi medievali e con le ali dorate che facevano da aureole, fu un miracolo pieno di splendore francescano. Gesù Bambino era un bambolotto di legno, e si dice che lui lo abbracciò e che tra le sue braccia la statua prese vita. Lui non stava sicuramente pensando a cose di poco momento, ma possiamo dire con certezza che una cosa prese vita tra le sue braccia, e cioè quello che noi chiamiamo dramma. A parte la passione per il canto che gli era propria, forse lui non ha mai trasfuso il suo spirito in nessuna di queste arti. Era lui stesso spirito incarnato. Era l’essenza e la sostanza spirituale diffusasi nel mondo prima che chiunque altro riuscisse a vedere che da essa si sprigionava un fuoco misterioso venuto dal nulla, con il quale i materialisti avrebbero potuto accendere torce e candele. È stato l’anima della civiltà medievale che non si era ancora data un corpo. C’è anche un’altra corrente di ispirazione spirituale dovuta in larga misura a lui: tutta quella spinta riformista dei tempi medievali e moderni di cui è responsabile il motto: Deus est Deus pauperum 3. Per quanto astratto, il suo affetto per gli esseri umani era presente in una pletora di giuste leggi medievali contro l’arroganza e la crudeltà dei ricchi: ai nostri giorni sta dietro a molto di quanto viene impropriamente detto socialismo cristiano, o può essere più correttamente definito democrazia cattolica. Non c’è nessuno, né nell’ambiente artistico né in quello politico, che sarebbe disposto a sostenere che queste cose non sarebbero esistite senza di lui: eppure è assolutamente vero che senza di lui non le potremmo immaginare, perché lui è esistito e ha cambiato il mondo.

 

 

Estratto da:

 

 

I Pellicani  – pp. 168 ISBN: 978-88-7180-725-6 Ed. Lindau

IL LIBRO

Convertitosi al cattolicesimo nel 1922, Chesterton pubblicò questo «bozzetto» su san Francesco nel 1923, come se dalla conversione del santo di Assisi traesse uno spirituale alimento per la propria. Per Chesterton san Francesco era soprattutto un uomo innamorato di Dio e della Creazione, un poeta che si sentiva piccolo e cantava la gloria delle piccole cose, dei piccoli esseri viventi, della vita ordinaria di coloro che aiutava nella lotta contro la miseria. Dai folli gesti di carità compiuti quando era ancora il figlio di un mercante al rifiuto del mondo e alla creazione di un ordine e di una regola che davvero imitavano la vita di Cristo, alle stigmate ricevute sul monte Alverno, e fino alla morte, ogni passo del suo cammino su questa terra era rivolto al cielo.
Un amore così grande e appassionato, una mistica così semplice e assoluta appaiono «scandalose» alla mentalità moderna. Ma è proprio essa che Chesterton vuole scuotere in queste pagine, cercando di aiutarla, con la consueta ironia, a compiere il movimento di rivoluzione interiore che fece del piccolo Francesco Bernardone il grande san Francesco.

L’AUTORE

GILBERT KEITH CHESTERTON (1874-1936) fu scrittore e pubblicista dalla penna estremamente feconda. Soprannominato «il principe del paradosso», usava una prosa vivace e ironica per esprimere serissimi commenti sul mondo in cui viveva. Scrisse saggi letterari (Dickens, Wilde, Shaw) e polemici (Ortodossia), romanzi «seri» (L’uomo che fu GiovedìL’osteria volante) e gialli (celebre la serie di avventure di Padre Brown).



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