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21st
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Qoelet foto e pensieri

QOÈLET è libro sapienziale e profetico canonizzato nella Bibbia cristiana, fuori dalle certezze teologiche e morali della Toràh, predicate dai sommi sacerdoti sadociti in mezzo a giudei reduci in Gerusalemme, provenienti dall’esilio babilonese. Il libro inizia dicendo:

1Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme. Qo (1,1), dunque, è un ipotetico Salomone, re in Gerusalemme, enormemente sapiente, colui che racconta.

QOÈLET non semina speranze nè tantomeno certezze, non consola, non difende luoghi comuni consolidati dalla tradizione umana e religiosa di “quel suo mondo contemporaneo”, ma illustra complessità e contraddizioni della vita seminando dubbi, sconcerto e disillusioni in tutti quelli che avrebbero voluto conoscere il suo scritto. Non a caso Qoèlet significa anche “il predicatore”. In quel tempo nella Palestina, oltre ai settori sociali trainanti sia economici sia scientifici e artistici, anche la classe sacerdotale appoggiava il processo di ellenizzazione in atto nella società ebrea; infatti, il libro Qoèlet è stato scritto tra il 3° e il 2° secolo a.C. durante il governo dei Tolomei in Egitto, morta la gloriosa persona del re Alessandro, il macedone. Dunque, dobbiamo questo scritto a uno sconosciuto intellettuale e conservatore di grande levatura, una sorta di “sadduceo ellenizzato” di quei tempi, che pur avendo scritto questo eccelso libro sapienziale e profetico, non giunse a proporre un modello di vita alternativo a quella propugnata dai sommi sacerdoti sadociti. Un suo discepolo così ha scritto di lui:

9Oltre a essere saggio, Qoèlet insegnò al popolo la scienza; ascoltò, meditò e compose un gran numero di massime. 10Qoèlet cercò di trovare parole piacevoli e scrisse con onestà parole veritiere. 11Le parole dei saggi sono come pungoli, e come chiodi piantati sono i detti delle collezioni: sono dati da un solo pastore.  Qo (12,9 -11)

Diritto dell’uomo alla felicità sulla terra da un lato, fallimento di qualsiasi modo per raggiungerla dall’altro. Analisi spietata è stata quella di Qoèlet. Pertanto, ha scritto, è meglio gustare le piccole e scarse gioie e soddisfazioni della vita in contro bilanciamento alle amarezze e certezza della morte, che vivere inconsapevolmente da stolto, immerso nell’ignoranza, nell’invidia e gelosia, nella violenza e istinto bestiale, nel dolore e nella malattia, senza vie d’uscita. L’ingiustizia sociale, poi, imperava intorno allo stolto, dilagava e si serviva di lui rendendolo ancor più “bruto”; solo Dio, ha scritto, può conoscere il senso finale di ogni esistenza e di ogni cosa, ma non si cura degli uomini, siano essi stolti o saggi e sapienti.

QOÈLET, rapportato all’inizio del 3° millennio, calza a meraviglia con la debolezza del pensiero e delle vicende umane che oggi ci contraddistinguono. Avanziamo critiche spietate contro le ideologie politiche, le convinzioni religiose e le conoscenze del passato a sostegno di un presente volubile, isolazionista, incerto e a volte tenebroso, dove sembra praticabile un unico rimedio: quello psicoanalitico e tecnologico.

QOÈLET, che nel suo scritto più di ottanta volte ha ripetuto la frase “io penso”, forse profeticamente c’invita a pensare alla nostra condizione umana, sapendo per certo, che l’esistenza è stroncata dalla morte del corpo. Per i cristiani che aspirano a essere tali, cambiando continuamente in meglio la loro esistenza, la risposta alle domande di Qoèlet sta tutta in Cristo Gesù, chissà forse venuto sulla terra anche per rispondere a lui. Chi mai avrebbe potuto, nei fatti, dare senso compiuto alla vita, vincendo proprio la morte così odiata da Qoèlet, se non il Cristo Gesù? Nel Vangelo di Matteo è detto infatti:

42Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone! (Mt 12,42)

È esistita, dunque, tra i mortali vissuti sulla terra, una sapienza più sapiente di tutti i sapienti? Nella risposta data da Gesù a scribi e farisei del Tempio di Gerusalemme, che chiedevano un “segno” per credere in Lui, c’è anche la risposta agli interrogativi e convinzioni pessimistiche del saggio e sapiente Qoèlet: il segno di Giona.

Qoèlet, figlio di re, per parlarci, ascoltato
La bellezza del corpo è vanità come è vanità parlarne.

1 Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme. 2 Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità.

“Volevamo riscattare tutti i poveri della terra”
“Per questo non mi sono fidato!”.

3 Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole? 4 Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa.

Dal Capitolo 1

La vanità delle vanità è il superlativo della parola frustrazione applicata a una vita senza senso. Per Qoèlet l’intera vita è un immenso vuoto, un’illusione, un inganno, un’assurdità.

Come l’uomo che invecchia consapevolmente, se gli è concesso da Dio invecchiare, deluso arriva alle soglie della morte, così la storia che si ripete non lascia speranze o consolazioni per un futuro diverso da quello del passato ricordato dagli uomini.

QOÈLET ripete nel suo scritto le parole “guadagno e fatica” per più di trenta volte; quale guadagno ci sarebbe, infatti, per un uomo capace, lanciato verso la ricerca della felicità, attraverso delle attività freneticamente ansiose?

Alla fine di qualsiasi impresa, risulterà tutto illusorio e privo di senso perché senza possibilità di duraturo controllo futuro. La storia degli uomini capaci, non si nutre, quindi, di evoluzioni controllate, ma rumina sempre le stesse esperienze, rendendole inutili nel divenire umano.

Meglio sarebbe, per l’uomo capace, morire prima di fare storia, o preferibilmente, meglio sarebbe non essere affatto nato. L’uomo accorto e sapiente non può imparare nulla di duraturo dal passato ed è per questo che alla fine della propria esistenza resta deluso nel presente, mortificato dal vissuto del suo passato.

Persino le religioni non hanno portato novità funzionali alla felicità dell’uomo; solo Dio creatore potrebbe fare qualcosa ma … mostra indifferenza al dramma umano che pretende inutilmente di costruire una storia di sé consapevole e duratura.

Ogni generazione pensa di rifare tutto daccapo, vivendo quell’iniziale ebbrezza d’inaugurare un’esperienza mai provata, poi la chiude nello stesso deludente modo a quella, che sotto diverse spoglie, l’ha preceduta.

QOÈLET, nei panni stretti del re Salomone, critica i potenti almeno sotto questi tre aspetti:

  • Chi è potente non ha l’obbligo di lavorare per riuscire a vivere quindi per lui esiste la possibilità di dedicarsi sia alle “nobili arti”, quali ad esempio lo studio, la ricerca scientifica, l’acquisizione di sapienza, sia alle “ignobili arti”, quali ad esempio la dissolutezza, la perversione, il vizio accanito.
  • Lo studio e la passione per la ricerca scientifica richiedono lavoro lungo e faticoso che spesso coincide con l’intera esistenza di un uomo capace di fare tanto. Lo studio e la ricerca scientifica non tolgono né il male né la violenza, né la cattiveria né l’ingiustizia, anzi, nel tempo accentuano tutti gli elementi negativi di chi pensa di possedere i brevetti delle scoperte fatte, le quali finiscono egoisticamente e inesorabilmente per ripercuotersi negativamente su tutti, a cominciare da coloro che detengono il brevetto delle scoperte fatte.
  • Le grandi novità suscitano interrogativi ancora più drammatici e aspirazioni più impossibili per gli uomini che hanno immaginato sé stessi al di sopra di tutti gli altri; le geniali soluzioni generano nuovi problemi solo genialmente affrontabili, e questo è dannoso percorso a spirale, senza fine. Fallimentari diventano, dunque, i propositi umani non consapevoli dei propri limiti e questo genera, invece, consapevole dolore per tutti gli uomini capaci di capire il senso ultimo della vita in prossimità della sua fine.
Il posto giusto per la sabbia è dove tira il vento che la sposta.

5 Il sole sorge, il sole tramonta e si affretta a tornare là dove rinasce. 6 Il vento va verso sud e piega verso nord. Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.

L’uomo pieno di sé fa il vuoto intorno

La tenerezza ancora sorprende l’uomo
Chi porta pesi è conosciuto per fare quello
La sopportazione è dignità massima

7 Tutti i fiumi scorrono verso il mare, eppure il mare non è mai pieno: al luogo dove i fiumi scorrono, continuano a scorrere.

L’inutile chiacchiera abbassa la voce per coinvolgere chi ancora tace
L’impresa impossibile accompagna sempre i sogni dell’uomo

8 Tutte le parole si esauriscono e nessuno è in grado di esprimersi a fondo. Non si sazia l’occhio di guardare né l’orecchio è mai sazio di udire.

Parlare per parlare …………… è come
guardare senza poter vedere

Vita di Salomone

Riposare faticosamente, sono le ferie della maggior parte degli uomini.

12 Io, Qoèlet, fui re d’Israele a Gerusalemme. 13  Mi sono proposto di ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. Questa è un’occupazione gravosa che Dio ha dato agli uomini, perché vi si affatichino. 

L’uomo, stretto tra spazio e tempo, si riduce all’osso

14 Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento.

Mi sono chiesto: il girasole, senza il sole, verso chi si girerebbe? – mio Dio, mi gira la testa!

15 Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare.

Quanta fatica ha richiesto il mio studio!
ma adesso … mi rifaccio!

16 Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io sono cresciuto e avanzato in sapienza più di quanti regnarono prima di me a Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza». 17 Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. 

Troppa conoscenza non riconosce sé stessa!

18  Infatti: molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere aumenta il dolore.

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