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Antonio Solarino, tra scenografia e fotografia

Tra i più significativi creativi contemporanei, Antonio Solarino risulta significante nell’assoluta capacità e padronanza della tecnica scenografica e fotografica in connubio con la ricerca intimistica capace di creare immagini che segnano l’anima dell’osservatore riportando alla memoria l’atmosfera sognante e introspettiva dell’artista.

La sua ricerca nasce da un interesse di carattere sentimentale verso l’arte che converte in una rappresentazione neofigurativa per una istintiva necessità di chiarezza e comunicazione.

In entrambi le arti Solarino è fondamentalmente figurativo, sempre vicino alla realtà fisica con segno sicuro e con un cromatismo che sottolinea il trauma di una produzione che nasconde sottili elucubrazioni, continui turbamenti, profonde riflessioni filosofiche, in una persona che non si limita ad una sterile rappresentazione, ma che vuole trasmettere con le sue opere messaggi manifesti o sottintesi di una interiorità, a volte serena, più volte inquieta.

Nella sua analisi troviamo una felicità di espressione, una concretezza di colori e di segni che sono filtrati attraverso uno stile personale: un linguaggio pieno di risonanze interiori che raggiunge una permanenza di risultati pregevoli.

Nel suo intenso percorso professionale ha effettuato varie sperimentazioni occupandosi di scenografia teatrale, fotografia e grafica d’arte, esponendo in varie mostre personali, collettive e manifestazioni artistiche in Italia e all’estero, ottenendo riconoscimenti dal pubblico e dalla critica che lo ha spesso recensito in riviste e magazine on line.

Antonio Solarino nasce a Catania nel 1961, dopo aver frequentato l’Istituto d’Arte, consegue nel 1984 il diploma in Scenografia all’Accademia di Belle Arti della stessa città.

Ha insegnato Fotografia presso l’Istituto d’Arte “Silvio d’Amico” di Roma e il III Istituto d’Arte di Roma; Pianificazione pubblicitaria presso l’istituto professionale “Sisto V”, attualmente insegna Progettazione grafica presso il prestigioso Liceo Artistico statale “Giulio Carlo Argan” di Roma.

Solarino è un docente molto amato dai suoi studenti, perché oltre alle tecniche laboratoriali di indirizzo, è capace di comunicare loro, anche percorrendo a ritroso, pensieri e stati d’animo che hanno caratterizzato e animato il lungo percorso di ricerca sia a livello scenografico che fotografico. Una ricerca che volutamente rimanda a dei significati simbolici, indagini introspettive, di ciò che si può dire non dicendo, per non essere mai banali.

La Scenografia

Terminata l’Accademia inizia la professione di scenografo teatrale, capace di sancire un livello professionale alto, lavorando per alcune compagnie teatrali. Tra queste MAGMA (Tempo dei Vespri, Teatro Stabile, Catania 1984,  Nel silenzio lungo della notte, Teatro Stabile, Catania 1986); Il Pepe (Robot amore mio, Festival del teatro italiano, Fondi 1990); Giano Bifronte (Broadway Broadway, Teatro Borgo, Roma 1990, Niente di nuovo sotto il cielo, Teatro Borgo, Roma 1993); E. Cotta, C. Alighiero (La Vedova scaltra, Teatro Manzoni, Roma 1994); Motori Teatrali (Amanda, Teatro Due, Roma 1999, Due cuore in vacanza, Teatro dei Servi, Roma 2002); Orfanò (Upupa, Teatro greco, Taormina 2004).

Per la compagnia il Pepe, Antonio Solarino realizza nel 1991 al Plautus Festival di Sarsina, le scenografie di Càsina, o le allegre comari di Tito Maccio Plauto, l’ultima commedia scritta dal grande commediografo sarsinate, scritta due anni prima della sua morte avvenuta a Roma nel 184 a.C. In questo lavoro Solarino propone una scenografia dalle forti doti simboliche, accerchiando lo sfondo del palcoscenico con architetture fortemente prospettiche serrate e armonizzate tra loro alternando i timbri.

Nella tragedia Elettra di Sofocle, andata in scena al Teatro delle Arti di Roma nel 1992, l’insieme compositivo sembra far scomparire i dettagli, tutto è labirintico, imprendibile, incoerente. Questa scenografia parla dell’ampio registro del suo autore, di un’anima capace di contenere i silenzi meditativi delle preghiere di Elettra e il dramma dell’odio presente nella nota opera greca.

Sempre negli anni Novanta, periodo produttivo molto fertile e importante per Solarino abbiamo le scenografie del dramma teatrale in un atto La lupa di Giovanni Verga, rappresentato nel 1991 al Teatro Metropolitan di Catania; Agro dè limone rappresentato nel 1991 al Piccolo Teatro di Catania; la commedia di Luigi Pirandello L’altro figlio (tratta dall’omonima novella del 1905) rappresentata nel 1992 al Piccolo Teatro di Catania.

Oltre che nella sua Catania, Solarino lavorerà anche in molte altre città italiane, in particolare a Milano e Roma. Al Teatro di Porta Romana del capoluogo lombardo realizzerà le scene di Giovanna D’Arco sviluppando un progetto capace di coniugare la scenografia con la drammaturgia e di esplorare l’universo femminile attraverso l’emblematica figura della “pulzella d’Orléans”.

Nella Capitale sarà impegnato nel 1990 al Teatro La Piramide ne Il giardino dei ciliegi, l’ultimo lavoro teatrale di Anton Cechov che concepì quest’opera come una commedia poiché contiene alcuni elementi di farsa e nel 1994 al Teatro Politecnico in Don Totuccio fu Totò.

La Fotografia

Contestualmente alla scenografia, il Maestro avvia specifiche ricerche fotografiche che spesso confluiscono in mostre allestite in importanti Gallerie.

Scrutando il microcosmo Solarino giunge a quello che del macrocosmo è poco accessibile ai più fino a ritrovare l’universale in un unico elemento.

I suoi progetti sono un viaggio onirico in luoghi e paesaggi reali e immaginari, attraverso l’astrazione raggiunge territori lontani ed ere atemporali che appartengono ad un immaginario ancestrale.

La sua visione del mondo lo porta inevitabilmente verso una ricerca fotografica introspettiva che verte sul rapporto con il paesaggio che l’uomo sta distruggendo. Per questo motivo in ogni opera fa affidamento su due elementi principali: studi empirici e immaginifica capacità.

Per il Maestro contemplare il paesaggio sotto forma di veduta generale o particolare significa sentirsi parte ed in stretto contatto con il mondo e il suo simbolismo, questo è evidente in opere allestite in alcune mostre.

Tra queste abbiamo: Memorie quotidiane, galleria nuova Calcata – Calcata 1998; Omaggio al popolo degli uomini, cripta All Saints Angelican Church –   Roma 1999; Paesaggi, cripta del castello – Poggio Nativo 2000; La città invisibile, galleria Officina d’arte – Catania 2001; Dolce-maligno, festival internazionale della fotografia – Roma 2007; Motherland, festival internazionale della fotografia – Roma 2008; Antology, galleria Grafica Campioli – Monterotondo 2016;  Note Fotografiche, Teatro il Ripellino – Tuscania 2016, 1 edizione;  Il Viaggio, Teatro il Ripellino – Tuscania 2017, 2 edizione; Terra Mater, Terre volume V, Galleria Grafica Campioli – Monterotondo 2018; Holiday in Ostia, Biblioteca Elsa Morandi – Ostia 2018.

Le due ultime esposizioni Lido, mostra in rete a cura dell’associazione Alba Rosa, 2021 e Ferite, galleria Grafica Campioli, Monterotondo 2022, hanno ottenuto un eccezionale successo.

Mostra Ferite

La fotografia di Solarino nasce da un interesse di carattere sentimentale verso questa arte che converte in una rappresentazione neofigurativa per una istintiva necessità di chiarezza e di comunicazione. C’è nelle opere del Photographer, una felicità di espressione, una concretezza di colori e di segni che sono filtrati attraverso uno stile personale; c’è un linguaggio pieno di risonanze interiori che raggiunge una permanenza di risultati indiscutibili e validi.

I paesaggi e le architetture fotografate sono presentate nella loro realtà statica, capace tuttavia di realizzare immagini altamente espressive. Questo ci porta dentro il suo “stile” e i due connotati essenziali: l’atmosfera emozionale e i colori. Il rapporto di masse, la geometria delle figure, le scomposizioni assonometriche e prospettiche, il cromatismo contenuto, rivelano, al di là di ogni schema stilistico, un autentico Artista-Fotografo.

Ogni opera fotografica del Maestro di Catania emana un messaggio di fede talché la sua fotografia nella apparente semplicità, nel suo fascino non immediato ma profondo, nella sua indipendenza, e infine nella sua icasticità, coinvolge l’osservatore rendendolo convinto e partecipe. I suoi scatti evidenziano sempre lo studio e l’inventiva ed hanno una grande vigoria comunicativa tanto che in ognuno di essi si può intravedere quanto la sua stessa sensibilità gli suggerisce.

Tutte le immagini sono emblematiche di una ricerca introspettiva che non indulge a facili rappresentazioni formali, ma che fa intuire situazioni e stati d’animo di particolare intensità. In ogni ripresa è evidente la padronanza del Maestro di una anatomia precisa, di proporzioni scevre da deformazioni o dalla ricerca di atteggiamenti di facile presa sull’osservatore. L’artista coglie infatti l’essenziale, usando con sicurezza l’obiettivo e privilegiando cromatismi limitati, ma intriganti.  In ogni caso il fotografo non mistifica nulla, e ognuna delle sue opere denuncia originalità di ispirazione e sicurezza di espressione tecnica.

La mostra Ferite è un ritorno del Progetto Terre alla Grafica Campioli di Monterotondo, Antonio Solarino in questa occasione propone un’indagine sul Cretto di Gibellina, in Sicilia, come metafora delle Ferite inferte dall’uomo alla natura e al contrario.

Le foto esposte sono capaci di testimoniare in modo netto quanto il Cretto di Burri, nome con cui è conosciuta l’opera d’arte ambientale realizzata tra il 1984 e il 1989 da Alberto Burri nel luogo in cui sorgeva la vecchia Gibellina, distrutta completamente nel 1968 dal terremoto del Belice, consegni la ferita del terremoto ad una dimensione cultuale inviolabile.

Solarino parte dall’idea che i vicoli siano le ferite della città e che quelle ferite appartengano un po’ a tutti noi. Il terremoto è il regista di ciò che viene prima, Burri è l’artefice di ciò che lo ricorda, gli scatti fotografici di cui parliamo raccontano in silenzio angoli e sfumature che rispondono ad una nuova narrazione. La narrazione di un dolore che si fa parte di noi e con il quale impariamo a convivere” (Anna Chiara Anselmi).

Mostra Lido

Da qualche tempo Solarino porta avanti la ricerca nella quale vengono immortalate spiagge prive di persone, a volte con poltrone rosse che sembrano osservare il mare, altre volte con campi da basket abbandonati, oppure scheletri di ombrelloni accanto a tralicci lignei di gazebi, o ancora lamiere arrugginite protettive di cabine di stabilimenti balneari. Non è difficile rapportare queste opere fotografiche alle opere pittoriche di Sandro Luporini e alla sua spiaggia di Viareggio.

Nelle reti divelte, negli assi di legno infissi sul bagnasciuga che sostengono cordoni divisori, nelle strutture metalliche prospettiche sulla battigia che si stagliano davanti all’occhio dell’osservatore a segnalare la presenza dell’uomo che ora non c’è, le narrazioni fotografiche di Antonio sono preziose cornici che perimetrano lidi e coste, che emanano un messaggio di fede talché le sue riprese nella apparente semplicità, nel suo fascino non immediato ma profondo, nella sua indipendenza, e infine nella sua icasticità, coinvolge l’osservatore rendendolo convinto e partecipe. I suoi scatti evidenziano sempre una progettazione annoverando una grande vigoria comunicativa tanto che in ognuno di essi si può intravedere quanto la sua stessa sensibilità gli suggerisce.

La filosofia che domina l’antologia di immagini tipiche del repertorio figurale di Antonio ha una radice non convenzionale: un desiderio di “primordiale” in antitesi con tanti documenti profetici di maniera.

La fedeltà alle istanze della realtà assume poi un particolare valore poiché è una fedeltà ricercata e voluta per saggiare l’attualità espressiva a contatto con l’arricchimento conseguito in anni di ricerche per raggiungere l’equilibrio di una intelligente sintesi, ove acquista voce il lavoro dell’artista con le sue predilezioni e i suoi miti.

Ma l’importanza per Solarino, non sta nell’aver superato la fase tradizionale, bensì consiste nell’avere scelto e trovato il punto adatto della sua inserzione in tale tradizione. Il fotoreporter con i suoi significativi e tecnicamente perfetti scatti va tuttavia al di là dell’opera d’arte fotografica, stimolando tutti noi ad una riflessione, con l’ambizione riposta di cambiare qualcosa. 

La mostra Lido intende superare la barriera del realismo e rinnovarlo, sicché nelle opere le spiagge sono viste su un piano differente, con occhio e con spirito vivo, resi con colore che ne creano l’atmosfera voluta e con una capacità espressiva che lascia alla contemplazione, nuove e personali sensazioni. “E che cosa è il lido se non lo spazio intermedio nel quale acqua e terra si mischiano ­fino a perdere le rispettive qualità più speci­fiche?” (Graziella Pulce).

Conclusioni

L’osservatore delle opere di Antonio Solarino, siano esse scenografie, fotografie o grafica artistica, si sente parte integrante del tutto, il microcosmo quotidiano si proietta in un macrocosmo fuori dal tempo. L’obiettivo più che inquietare è quello di far riflettere attraverso l’attrazione e la fascinazione chi guarda. Per Antonio nelle cose apparentemente piccole c’è la presenza del cosmo e dell’infinito, le sue opere fotografiche sono capaci di emanare poesia, ma anche eternità. 

Caratteristica peculiare del Maestro è la realizzazione di opere dai rilevanti contenuti sociali e psicologici, dove dal suo animo riaffiora la condizione esistenziale dell’uomo, vittima di incomprensioni, negazioni di spazi e tempi interiori, ostilità.  Si tratta di “apparizioni” che evocano metaforicamente il tormento che deriva nella quotidianità della vita. L’artista siciliano mostra una visione pessimistica del futuro dell’uomo, l’ipocrisia e l’ingiustizia della società, la decadenza dei valori, un quadro negativo causato dalla solitudine e l’assenza di appartenenza.

La simbologia delle opere è misteriosa ed enigmatica, perché Solarino fa ricorso all’allegoria, al mito, al sogno: in altri termini ogni opera non comunica ciò che egli vede, ma si rivela attraverso il simbolo.

Il mare con la spiaggia è spesso il protagonista delle sue fotografie, osservato nella sua grandiosa fisicità ma anche sognato come teatro dei ricordi o luogo di improvvise apparizioni.

Tutti i lavori di Antonio Solarino esternano silenzi, tempi bloccati, ma soprattutto le macerie dell’abisso dei ricordi. Come demiurgo di conscia e lunga esperienza conferisce una personale interpretazione del mondo, simboleggiando con le sue significative opere l’oppressione della società contemporanea.



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