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26th
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Intervista a Fabrizio Evangelisti

L’inquadramento dell’anima

Tra gli artisti contemporanei emergenti, la produzione di Fabrizio Evangelisti risulta significante nella capacità di inserire nelle opere ritratti di uomini e donne che simboleggiano l’oppressione della società contemporanea.  

L’incipit è concettuale e rigoroso, riprende figure prese dal suo mondo professionale, per farne il simbolo di un prezioso percorso rivolto all’interno della sua anima, verso il pensiero di vita a questo correlato.

Le sue opere possono essere ritenuti Ritratti, certo quasi ossessivi, ma ad Evangelisti non interessa la meticolosità anatomica, quanto la denuncia sociale che può realizzare con questa.

Il pittore è stato indiscutibilmente influenzato dalla sua professione, manager in una grande azienda e dalla sua formazione, laureato in Filosofia, ma con la durevole sensazione che tutto si fondi sull’argilla, un grande intrattenimento che tutti prendono sul serio dimenticando le cose importanti della vita.

La sua ricerca artistica studia e critica un problema che affligge l’uomo della società contemporanea: L’Inquadramento dell’anima. Gli uomini vengono infatti addestrati per raggiungere gli scopi di una società tecnica e specializzata, dove conta unicamente la competizione e il carrierismo.

Lo abbiamo intervistato recentemente a Palazzo Merulana in Roma, in occasione del vernissage di una mostra.

D. Le tue opere richiamano alla mente quelle di Kazimir Severinovič Malevič, hai tratto ispirazioni da quelle e dal suo Astrattismo geometrico?

R. Mi rendo conto che il quadrato nero che fa da sfondo alle mie opere possa evocare quello del pittore suprematista, ma non mi sono ispirato a Malevic.  Analogamente agli intenti dell’astrattismo, il quadrato nero è espressione delle mie emozioni, ma non cerco l’estrema semplificazione geometrica, la non rappresentazione del reale. Il mio quadrato è sopratutto rappresentazione simbolica di una società opprimente. I soggetti che interagiscono con il quadrato sono figurativi, ispirati alle realtà, raccontano le mie esperienze, il mio quotidiano. Non è arte fine a se stessa, il mio obiettivo è trasmettere un messaggio, possibilmente un messaggio comprensibile. 

D. Cosa ti ha spinto a dedicarti all’arte?

R. Probabilmente la necessità di confrontarmi con le mie paure. Ogni volta che dipingo riverso una parte di me nell’opera e ciò mi rassicura, come se in qualche modo potessi continuare ad esistere nelle mie opere anche dopo la mia morte, serve a lasciare una traccia del mio passaggio nel mondo

D. Lavori da alcuni anni alla tua personale ricerca denominata Inquadramento, puoi descrivercela meglio?

R. La società in cui viviamo non da spazio alle molteplici forme di un’anima.   Deforma la tua anima, la inquadra affinché sia incasellabile nei suoi meccanismi. I miei soggetti, interagendo con il quadrato nero, raccontano il senso   di oppressione che deriva da queste dinamiche. I miei quadri sono indagini introspettive, raccontano i miei stati d’animo, ma sono anche denuncia di un sistema che vede l’uomo come “risorsa”.

D. La tua è una pittura riflessiva o veloce e istintiva?

R. Senza dubbio riflessiva, ogni mia opera deriva da indagine spesso sofferta. L’atto stesso di dipingere è l’elaborazione di piccoli lutti quotidiani, di esperienze traumatiche. Molto spesso mentre dipingo mi rendo conto di trascendere con il pensiero, le pennellate si sincronizzano con il respiro e mi ritrovo sospeso in una dimensione onirica.

D. La tecnica usata per le tue opere è tradizionale, olio su tela, ma estremamente innovativo è l’uso del solo bianco e nero.

R. L’olio si presta molto bene alle mie esigenze, la malleabilità delle mescole e la lenta asciugatura mi permettono di modificare il processo creativo ed assecondare i continui ripensamenti. Il bianco e nero mi aiuta ad esaltare la percezione drammatica dei miei soggetti.  

D. Sei contestualmente Artista e Manager, quanto le due attività interagiscono e influenzano la tua vita e la tua professione?

R. Non le definirei attività, sono due vite per molti aspetti opposte. Spesso mi capita di avere veri e propri cortocircuiti emotivi. In una vita è la mia parte razionale che orienta le mie scelte, risorse, margini di guadagno, previsione dei rischi, prestazioni. Nell’altra è la mia sensibilità: amore, ispirazione, poesia. Una vita nutre l’altra. La mia arte è sicuramente influenzata dai contrasti che devo continuamente elaborare. 

Quando progetti un’opera come scegli il tema.

R. Dietro c’è sempre un’intuizione che deriva da qualcosa: una parola, un’immagine, un’esperienza. Chi mi conosce se ne accorge immediatamente, sembro distratto, ma in realtà sto elaborando un’idea. Ci rimugino per ore ad un certo punto mi dico: “devo realizzare un quadro su questo tema”. 

Un’opera che avresti voluto dipingere tu?

R. “Il cammino verso Betlemme” di Fritz Von Uhde. Ho pianto davanti a quella tela, mi sono quasi smarrito per la sua bellezza.

D. Tre aggettivi per definirti.

R. Ansioso, incontentabile, innamorato.

D. Cosa pensi della scena pittorica italiana contemporanea?

R. Onestamente non sento molte voci autorevoli nell’attuale panorama italiano. Ritengo che siano innumerevoli gli elementi critici che possono essere indirizzati dall’arte, gli artisti avrebbero molto da dire, il problema è che probabilmente quegli artisti sono seduti davanti ad un monitor a sviluppare un software per pagare il mutuo, anziché stare davanti ad una tela a riversare le proprie emozioni.

D. Un desiderio per il futuro?

R. Beh, a questo punto, direi fondare una nuova corrente artistica composta da un esercito di “artisti impiegati”, gente che sappia raccontare la quotidianità di questa società alienante.

D. Ritieni che la manualità sia insostituibile nella realizzazione di un’opera d’arte?

R. Credo che per trasmettere un’emozione non sia necessario disporre di una certa manualità, alcuni dei miei artisti preferiti realizzano le loro opere con macchine industriali. Tuttavia, la manualità ti dà l’opportunità di trasferire parte della tua anima nell’oggetto della tua produzione, è sicuramente un valore aggiunto. 

D. Pensi che oggi sia importante per un artista avere qualcuno con una professionalità precisa (critico, curatore, gallerista, ecc) che lo accompagni nel suo percorso?

R. Si, per diffondere un messaggio direi che è fondamentale.

D. Come artista hai un importate percorso professionale alle spalle. Ci sono degli avvenimenti o degli incontri che hanno in qualche modo segnato la tua carriera?

R. Ricordo perfettamente le critiche del primo gallerista a cui proposi i miei primi quadri, mi disse che erano molto belli, ma non originali. Mi scervellai per capire come essere originale, cercai idee innovative, ma tutto era già stato sperimentato. Solo allora arrivai alla conclusione che per essere originale dovevo parlare di me e delle mie esperienze. 

D. Per essere un pittore contemporaneo di quali abilità si deve essere dotati, quali sono le caratteristiche che bisogna possedere?

R. Bisogna essere testardi, tutto ti spinge a rinunciare, devi avere un’urgenza di trasmettere qualcosa.

In che modo l’arte ha segnato la tua vita?

R. L’arte mi tiene a galla, è la liana a cui rimango aggrappato e che mi permette di mantenere la testa fuori dalle sabbie mobili.

Quanto ha inciso il fatto di essere nato e cresciuto a Roma sulla tua scelta dell’arte come mestiere?

R. Probabilmente molto, Roma è una città piena di contraddizioni. Bellezza, storia e spiritualità si contrappongono a degrado, volgarità e decadimento. Crescere a Roma non è sempre facile, ma l’ispirazione trova nutrimento continuo.



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