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25th
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Curiosità 6

Quante sono le figure di Nazca?

Nel deserto peruviano di Nazca, su un’area di circa 500 km, si trova una serie di misteri e linee nel terreno che riproducono per lo più figure di animali, tracciate dal popolo Nazca, tra il II secolo a. C. e il VII secolo d. C. In tutto, si contano circa 13 mila linee, che formano nel complesso circa 800 figure diverse. Malgrado siano profonde solo pochi centimetri, si sono conservate grazie al clima arido della regione. Tra le figure più grandi (fino a oltre 200 m di estensione) si distinguono una lucertola, un colibrì, un condor, un ragno, una scimmia. Per l’Unesco, fanno parte del Patrimonio dell’umanità. Fatte così. Le linee sono state tracciate rimuovendo le pietre dal terreno, in modo da far risaltare il suolo, più chiaro. Il loro significato è nero ancora misterioso: i disegni potrebbero essere stati realizzati dai Nazca per farsi vedere dagli dei, o potrebbero essere cammini sacri lungo i quali questo popolo onorava, le divinità. Ma c’è anche chi li ha associati a significati astronomici e chi ha azzardato che si trattasse di “piste d’atterraggio” per astronavi aliene.

La fotocopiatrice

Se si eccettuano le copie trascritte a mano, che si sono effettuate fin dall’antichità, le prime copie automatizzate di documenti risalgono al ’600, quando si diffuse il poligrafo, una sorta di pantografo grazie al quale la penna usata dallo scrivano ne comandava altre, collegate con aste incernierate.
A metà del ’700 un polacco emigrato a Londra, Samuel Hartlib, inventò un metodo più semplice: le lettere manoscritte appena vergate erano poste su una piastra, dopodiché vi si sovrapponeva un foglio di carta porosa che, pressato a dovere, riceveva una copia speculare del contenuto. Il problema della lettura si doveva ovviare con l’uso di specchi.
Lo scozzese James Watt proseguì nella direzione di Hartlib, brevettando nel 1780 un procedimento che sfruttava copiatura, con varie modifiche, fu in uso sino all’inizio del ’900. Nel 1806 fu inventata anche la carta carbone (con un lato rivestito di inchiostro asciutto) con la quale si potevano ottenere fino a una decina di copie.
Nel 1876 Thomas Alva Edison brevettò una “penna elettrica”, scomoda da usare a causa del peso, che si impiegava su fogli cosparsi di cera o sostanze simili. La penna era dotata di un sistema comandato da un motorino elettronico, che eseguiva piccole perforazioni del foglio sul quale si scriveva: in quei punti si rimuoveva la cera e lì il foglio rimaneva permeabile all’inchiostro. Nella versione di Edison il foglio era utilizzato come matrice su di un piano orizzontale, ma fu l’uso di un tamburo, che trascinava con sé i fogli sui quali copiare, a dare diffusione allo stencil, noto in italiano come ciclostile.
Il primo sistema di copiatura di questo tipo commercializzato con successo fu il Gammeter Multigraph, introdotto negli Stati Uniti nel 1902 e capace di produrre da 3 a 6 mila pagine all’ora; la fotocopia elettrostatica, invece, risale a11938, quando fu brevettata la xerografia.

Perché si festeggia ferragosto?

Il nome della ricorrenza deriva dal latino feriae Augusti (riposo di Augusto), in onore di Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, da cui prende il nome il mese di agosto. Era un periodo di riposo e di festeggiamenti istituito dall’imperatore stesso nel 18 a. C., che traeva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso che, nella religione romana, era il dio della terra e della fertilità. In tutto l’Impero si organizzavano feste e corse di cavalli, e gli animali da tiro, inutilizzati per i lavori nei campi, venivano adornati di fiori. Inoltre, era usanza che, in questi giorni, i contadini facessero gli auguri ai proprietari dei terreni, ricevendo in cambio una mancia.

Da festa paganica a festa cattolica. La ricorrenza fu assimilata dalla Chiesa cattolica: intorno al VII secolo, si iniziò a celebrare l’Assunzione di Maria, festività che fu fissata il 15 agosto. Il dogma dell’Assunzione (riconosciuto come tale solo nel 1950) stabilisce che la vergine Maria sia stata assunta, cioè accolta, in cielo sia con l’anima che con il corpo.

Che fine fecero le navi di Colombo?

Con la Niña, dal nome del proprietario Juan Nino, il cui vero nome era però Santa Clara, Cristoforo Colombo fece ritorno in patria da eroe il 4 marzo 1493. La caravella partecipò anche alla seconda spedizione di Colombo (partita il 4settembre 1493) e poi alla terza (iniziata il 30 maggio 1498); se ne perdono le tracce dopo la sua partenza da Santo Domingo per il Venezuela, nel 1501. A pezzi. La nave ammiraglia, la Santa Maria, si arenò su una spiaggia dell’isola d’ Hispaniola (Haiti) il 25 dicembre del 1492. Smantellata, con il suo legname fu realizzata un’altra imbarcazione. La Pinta, infine, dalla quale Rodrigo de Triana avvistò per primo il continente americano il 12 ottobre 1492, tornò dalle Americhe
al comando di Martin Alonso Pinzon; di essa si persero ben presto le tracce.

Parole. Ma da dove vengono?

…bifolco?

Da una parola tosco-umbra o etrusca, che significa “chi guida i buoi nell’aratura”, entrata poi nel latino come bufulcus e infine in italiano. Come spesso accade per voci che indicano contadini e allevatori, è passata a significare rozzo, di modi grezzi, ignorante.

…bischero?
Dalla famiglia medievale dei Bischeri, che per non vendere a basso prezzo la loro proprietà, posta dove ora sorge l‘abside del Duomo di Firenze, alla fine non ne ricavarono nulla. Quel cognome a sua volta viene da un soprannome derivato da bisca “tavolo da gioco”. Oggi, oltre a significare sciocco, è usato anche come eufemismo per il membro maschile (che comunque è sinonimo di stupidità in molte voci dialettali).

…burino?

Probabilmente da burra, una parte dell’aratro, o da burrino (una scodella usata dai contadini). Tipicamente romano, indicava inizialmente i campagnoli che giungevano dalla Romagna nei dintorni di Roma per coltivare la terra. Potrebbe derivare anche da bulino, arnese a punta, sempre per indicare chi usa attrezzi agricoli.

…buzzurro?

Fu assegnato ai montanari svizzeri che d’inverno scendevano nel Centro Italia per vendere caldarroste, polenta e castagnaccio o esercitare il mestiere di spazzacamino. Forse deriva dal tedesco Putzer (pulitore), riferito ai camini, o da Butzemann, l’uomo nero. L‘uso del termine si è poi esteso a indicare chi si trasferiva dal Nord a Roma dopo l’Unità d‘Italia e poi a chiunque provenisse dalla campagna: dunque persona villana, incivile.

…cafone?

Dalla voce osca cafà (cavità, da cui cafar, zappare), allusiva al contadino che cava la terra (gli Oschi, o Osci, erano una popolazione che viveva in Campania prima dei Romani). Potrebbe però derivare anche dal latino cabo/cabonis (cavallo castrato, incrocio di cavallo e cappone); o dal greco kofòs, sciocco, o skaphéus (zappatore) o kakofonos ( chi parla in modo sgradevole al cittadino perché campagnolo e perciò rozzo).

…tanghero?

Forse dal longobardo tahn, tenere saldo, da cui il latino medievale tanganum (ostinato, resistente); il tanghero è infatti chi resta fermo sulle sue posizioni, dunque “ostinato, cocciuto, testardo”.



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