May
09th
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L’Atomo tra il 1912 ed il 1913

Come più volte abbiamo già avuto occasione di sottolineare, l’altro “evento” che sconvolge la fisica classica – oltre all’ipotesi quantistica di Planck – è la formulazione della teoria atomica da parte di Bohr tra il 1912 e il 1913.

L’eco di tale evento giunge in Italia in maniera sporadica e frammentaria, e comunque, nella sua forma completa, solo con grande ritardo. Infatti, circa la modellistica atomica, registriamo sul Nuovo Cimento nel 1912 un articolo di Silvio Magrini[1] che analizza il lavoro di P. Weiss sul “magnetone” o “atomo magnetico” (ricordiamo brevemente che Weiss ottiene l’unità naturale di momento magnetico atomico calcolando il massimo comun divisore dei momenti magnetici degli atomi del ferro e del nichel). Poiché Weiss non propone alcuna ipotesi sulla “struttura” microscopica di tale magnetone, Magrini propone un modellino atomico piuttosto semplice, in cui assimila gli elettroni atomici a una spira percorsa da corrente, allo scopo di calcolarne teoricamente l’ordine di grandezza del momento magnetico.

Di modellistica atomica si parla anche nella relazione di A. R. Occhialini intitolata “Oscillazioni interatomiche”, su cui ci siamo soffermati già nel paragrafo precedente. In essa l’autore sottolinea anzitutto la grande innovazione portata nella fisica dalla accettazione della “costituzione granulare della materia”, ovvero dalla raggiunta certezza dell’esistenza degli atomi. La scoperta dei processi che avvengono all’interno dell’atomo pone la necessità di sviluppare una adeguata modellistica atomica: Occhialini si occupa in modo particolare del modello di Thomson, che definisce «banale forse, ma atto a rappresentare i legami» tra radiazione e materia. Tuttavia l’Autore non nutre dubbio alcuno sul fatto che, a causa del moto periodico delle cariche elettriche, l’emissione di onde elettromagnetiche sia di periodo uguale a quello dell’oscillatore e che la radiazione elettromagnetica sia dunque prodotta per mezzo di oscillazioni interatomiche.

Soltanto nel 1926, nell’articolo di G. Gianfranceschi dal titolo “La struttura dell’atomo e l’emissione della luce”[2], si ha finalmente sul Nuovo Cimento una esposizione completa della teoria di Bohr. L’Autore dell’articolo non sembra comunque particolarmente convinto del valore di quanto espone, definendo tra l’altro il modello di Bohr “la teoria oggi più in voga” non la teoria oggi più valida. E’ comunque sintomatico che, nel citare la formula di Bohr , Gianfranceschi non ne sottolinea in alcun modo la portata rivoluzionaria, vale a dire la separazione ormai definitiva tra la frequenza elettromagnetica della radiazione emessa e la frequenza meccanica della carica che l’ha generata.

Tutto ciò vale per noi come una conferma ulteriore di quanto il mondo scientifico italiano abbia trovato difficoltà ad accettare la fisica quantistica, anche quando questa aveva conquistato consensi in tutta Europa. Resistenze notevoli accompagnano, ovviamente, anche l’accoglienza dell’ipotesi euristica dei quanti di luce.


[1] Nuovo Cimento, 3, pp. 460 – 464, 1912

[2] Nuovo Cimento, 3, pp. LXXI – LXXVIII, 1926



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