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Alluvioni e siccità, i nemici dell’umanità

Da sempre l’uomo è stretto tra due nemici: la siccità e le alluvioni. La siccità affama interi popoli in Africa e in varie altre parti del mondo rovinando i raccolti agricoli. Le alluvioni, oltre a distruggere case e coltivazioni, fanno talvolta migliaia di vittime. In media nel mondo ci sono diecimila morti all’anno per alluvioni: poco meno di quelli che causano nel loro insieme tutte le altre maggiori calamità naturali, dai terremoti alle eruzioni vulcaniche, dai tifoni alle mareggiate. In Italia dal 1918 ad oggi si sono susseguite 5.500 inondazioni.

Si può fare in modo che questi fenomeni meteorologici estremi non avvengano? Ci sono sistemi per difendersi dalle alluvioni? Oppure per far piovere a comando ed evitare la siccità?

Nel 1915, mentre la California era tormentata da una terribile siccità, Charles Hatfield scommise 10.000 dollari sul fatto che sarebbe riuscito a far piovere. Di lì a poco disastrose inondazioni colpirono il Paese e molti californiani gli fecero causa per ottenere il rimborso dei danni subiti. Questa vicenda divenne anche il soggetto di un film di successo: il mago della pioggia, interpretato da Burt Lancaster.

Come “seminare” pioggia

In effetti, la “danza della pioggia” praticata dagli indiani Hopi dell’ America Settentrionale per invocare le sospirate precipitazioni oggi ha una efficace versione tecnologica. Un pioniere di queste ricerche è Vincent J. Schaefer, già direttore dell’Atmospheric Sciences Research Center dell’Università di New York. Forse un po’ troppo ottimisticamente, nel suo libro del 1981, Guida alla conoscenza dell’atmosfera, Schaefer scriveva: «Ogni volta che un meccanismo naturale non riesce a trasformare le goccioline delle nubi in precipitazioni che raggiungano il suolo, o il fenomeno avviene sotto forma di grandine devastatrice, o i fulmini causano incendi, o le precipitazioni sono eccessive, o la nebbia impedisce la visibilità, o una spessa coltre di nuvole nasconde il Sole, c’è la possibilità di procedere a una modificazione intelligente del tempo per volerlo a condizioni più desiderabili al punto di vista umano, e accettabili dal punto di Vista ecologico». La tecnica finora più sperimentata è quella che consiste nel “seminare” la pioggia. Di solito lo si fa disperdendo nelle nuvole sali di ioduro d’argento, i cui microscopici cristalli funzionano da nuclei di condensazione per aggregare le goccioline di acqua che costituiscono le nubi. Le prime applicazioni della “pioggia artificiale” sono state di tipo militare: gli americani adottarono questa tecnica durante la guerra del Vietnam per aumentare a piovosità (già altissima in quei luoghi) e trasformare in paludi fangose le piste del nemico Ho Chi-minh. Applicazioni civili al servizio dell’agricoltura sono ormai frequenti in molti Paesi, da Israele all’ Italia. Gli studi sulla “pioggia artificiale” risalgono al 1946 e allo stesso Schaefer, che per puro caso aveva scoperto in laboratorio un metodo per trasformare in cristalli di ghiaccio le goccioline di una nuvola sopraffusa (cioè nella quale le goccioline di acqua rimanevano alo stato liquido pur trovandosi a una temperatura inferiore a zero gradi centigradi). Schaefer riuscì nei suo intento utilizzando ghiaccio secco e anidride carbonica allo stato solido, la cui temperatura è di 78° sotto zero: è ghiaccio secco quello che si usa d’estate per non far sciogliere i gelati). Il metodo fu subito applicato in natura su una nube sopraffusa e in cinque anni si accumularono 200 esperimenti di inseminazione di nuvole con ghiaccio secco. Bernard Vonnegut, un collega di Schaefer, introdusse l’uso dello ioduro d’argento, e poiché questo sale poteva essere impiegato anche all’esterno delle nuvole, rimane la sostanza più usata. Ioduro di piombo, solfuro di rame, metaldeide, fluoroglucinolo e altri composti sono anche stati provati con buoni risultati. Il Progetto Cirrus, lanciato nel 1947 negli Stati Uniti, permise di perfezionare questa tecnica. Il concetto è sempre quello di moltiplicare nelle nubi i nuclei di condensazione, che devono passare da 0,1-10 per litro a una concentrazione da 100 a 1.000 volte maggiore. Di solito però basta seminare da 10 a 50 nuclei di condensazione per litro per stimolare la formazione di cristalli di ghiaccio, i quali a loro volta costituiranno nuovi nuclei. Si riesce così a far piovere in una misura fino al 30 per cento in più rispetto alle piogge naturali, a evitare almeno in parte la formazione di andine e a ridurre la frequenza dei fulmini

Il dovere dell’uomo per l’ambiente

Queste tecniche sono però controverse. Da un lato la loro reale efficacia viene messa in dubbio; dall’altro si sostiene che la loro applicazione può avvantaggiare certe regioni e danneggiarne altre. Per esempio, nel 194 il primo uragano trattato con inseminazione di nuclei di condensazione nell’ambito del Progetto Cirrus cambiò improvvisamente direzione e si scaricò su Savannah, in Georgia. Con il programma americano Stormfury, negli anni ’60-70 si cercò di attenuare la violenza degli uragani nei Caraibi, ma il risultato fu una maggiore siccità nel Messico, dove di solito si scaricano le tempeste tropicali. Viceversa l’inseminazione ha ottenuto un aumento del 18 per cento nelle piogge invernali in Israele, sul bacino del Mar di Galilea. Se è difficile far piovere in modo artificiale per combattere la siccità, è del tutto impossibile impedire che piova per evitare le alluvioni. Esistono però delle soluzioni tecniche affinché le piogge eccessive non causino troppi danni. Facciamo un esempio concreto. A Torino e in gran parte del Piemonte tra il 4 e il novembre 1994 su ogni metro quadrato si riversarono 250 litri di pioggia. Il pluviometro di Oropa segna addirittura 614 litri per metro. In tre giorni cadde un terzo della pioggia che normalmente scende in un anno. Le conseguenze furono disastrose: fiumi fuori dell’alveo, ponti travolti, città allagate, decine i morti e di dispersi. Eppure i danni non furono ugualmente gravi dappertutto. Questo si spiega con il fatto che le cifre indicate dai pluviometri sono soltanto un aspetto del problema. A parità di pioggia, su uno stesso territorio le conseguenze possono essere molto diverse a seconda di come il territorio è amministrato dall’uomo. Inoltre, danni a cose e persone possono essere minimi o gravissimi in funzione della tempestività con cui viene segnalata l’emergenza alla popolazione. Evitare i disastri è possibile con la prevenzione: bisogna che gli alvei dei fiumi siano protetti da argini e tenuti puliti da detriti che possano essere trascinati a occludere le arcate dei ponti; bisogna chela vegetazione delle montagne e delle colline sia ben curata, in modo che le acque vengano assorbite e trattenute al terreno e non riversate a valle troppo precipitosamente; bisogna che le case siano costruite soltanto in zone sicure e non dove magari si può fare una speculazione edilizia.



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