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27th
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Memorie dolorose

Nel 1938, l’anno in cui Mussolini per emulare Hitler promulgò le leggi razziali, avevo cinque anni. Io non ne sapevo niente ma ne vedevo le conseguenze: sulle pagelle mie e di mio fratello comparve la scritta razza ebraica in inchiostro rosso. La mia famiglia mi ha protetto finché ha potuto: abbiamo vissuto in clandestinità e immersi dalla paura. Tante volte mi sono chiesta come abbiamo fatto noi bambini a superare il trauma delle persecuzioni.
Alla fine della guerra, nel 1945, ho saputo che mio cugino Gianfranco, di 16 anni, con i genitori, zia Laura e zio Guido Sforni, che non avevo mai conosciuto perché abitavano a Verona, erano stati uccisi con il gas e poi bruciati. Dopo questa notizia noi tutti come per difenderci, non abbiamo più parlato di questi orribili eventi. Mai più. Abbiamo tenuto tutto dentro di noi per tanti anni. Io mi sentivo in colpa per essere viva, visto che avevano ucciso anche due miei compagni della quinta elementare. Piperno e Terracina. Che cosa avevano fatto di male? Perché io mi ero salvata e loro no? Passarono gli anni nel silenzio più totale. Un giorno era Gennaio del 1997, stavo guardando il telegiornale della sera. Dissero che un criminale nazista non poteva essere processato per scadenza di termini. E intanto scorrevano le immagini di Auschwitz, con morti che camminavano, morti accatastati, cumuli di occhiali, di giocattoli, di scarpe. Non resistetti. La corazza che mi ero costruita si ruppe e scoppiai in un gran pianto, io che non piango mai. Da quel giorno tante poesie si affacciarono con forza alla mia mente, poesie che davano voce alle vittime della Shoah. Allora cominciai a leggere tutti i libri possibili di tutte le vittime di Europa. Leggevo e scrivevo. Da allora la mia vita è dedicata alla memoria della Shoah.

 

 

 

 

 



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