May
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Intervista allo scrittore Sandro di Massimo

Sandro Di Massimo è un Etnobotanico, Autore per Aboca, Macrolibrarsi, Planta medica e dei Merangoli, scrive interessanti saggi sulla sua materia spaziando tra i vari campi del sapere. Dedica la sua esistenza al mondo vegetale occupandosi di piante spontanee insieme a suo fratello Maurizio, ma anche di Piante velenose, di Radici, Foglie, Gemme, Germogli, Fiori, Frutti e Semi. Consapevole che il 97,7% dell’Universo arboreo domina il mondo e che solo lo 0,3% di questo dominio è appannaggio del mondo animale, uomo compreso, è uno strenuo difensore della Piante, degli Animali, degli Ecosistemi e di tutto il Popolo dei viventi. Esperto di Veleni e di sostanze tossiche per il nostro organismo, ha risposto a una nostra intervista in merito all’argomento:

Non è sempre vero che le erbe fanno bene, quali sono le piante che potrebbero rappresentare un rischio per la nostra salute?

Esistono più di centomila composti attivi (metaboliti secondari) di origine vegetale che svolgono una funzione fondamentale per la sopravvivenza delle piante. La maggior parte di queste sostanze, infatti, riveste un ruolo essenzialmente strategico, partecipando alla regolazione delle interazioni con l’ambiente e con gli altri esseri viventi (microrganismi, insetti, e animali, compreso l’uomo). Tali sostanze (alcaloidi, tannini, glicosidi cianogenetici, terpenoidi, terpeni, fitormoni, ecc.) possono avere un effetto tossico che agisce come deterrente nei confronti dei predatori che usualmente si cibano di piante (fitofagi). La loro presenza, che può essere diffusa in maniera uniforme all’interno dei tessuti oppure relegata in specifici organi, è influenzata da vari fattori, tra cui il periodo vegetativo, la composizione e la fertilità del terreno, le condizioni climatiche, le variazioni altitudinali, ecc. Inoltre, esiste una variabilità legata alla morfologia della pianta: frutti, foglie, fusto, radici contengono principi attivi in concentrazioni diverse.

SERGIO PESSOLANO: PATATE NELLE MANI DI UA DONNA QERO

Le potenzialità tossiche di una pianta sono condizionate ovviamente dalla quantità di principio attivo in essa contenuto, dalla modalità di interazione (inalazione, assorbimento cutaneo o ingestione), dagli organi bersaglio maggiormente interessati e dalla variabilità individuale, dovuta all’età e allo stato di salute della persona. Gli anziani e soprattutto i bambini, sono i soggetti più vulnerabili poiché presentano una facile reattività e un fragile equilibrio psicofisico (spesso le persone in età avanzata manifestano condizioni vitali già compromesse).

Passeggiando in ambienti naturali, con l’intento di raccogliere frutti ed erbe, bisogna essere consapevoli della possibilità di interagire con piante selvatiche notoriamente tossiche. Purtroppo gli avvelenamenti accidentali sono abbastanza frequenti e spesso richiedono interventi medici di urgenza. Tra le piante selvatiche tossiche più conosciute troviamo: il Tasso (Taxus baccata), la Cicuta (Conium maculatum), il Colchico (Colchicum lusitanum, C. autumnale, C. neapolitanum), l’Aconito (Aconitum sp.pl.), la Digitale (Digitalis micrantha, D. ferruginea, D. lutea, D. grandiflora, ecc.), la Belladonna, (Atropa belladonna), Ia Datura (Datura stramonium), il Giusquiamo (Hyosciamus albus e H. niger), la Mandragora (Mandragora officinarum e M. autumnalis) il Veratro (Veratrum nigrum L. e V. album L.), il Gitaione (Agrostemma githago L.), l’Elleboro (Helleborus foetidus, H. viridis subsp. bocconei, ecc.), la Lattuga velenosa (Lactuca virosa), il Ginepro sabino, il Tamaro (Tamus communis), La Brionia (Bryonia dioica), l’Ebbio (Sambucus ebulus), il (Juniperus sabina), Aristolochia (Aristolochia rotunda e A. clematitis) il Maggiociondolo (Laburnum anagyroides e L. alpinum), la Clematide (Clematis viticella e C. flammula). Nei parchi e giardini una particolare attenzione deve essere rivolta al Ricino (Ricinus communis), al Lauroceraso (Prunus laurocerasus), al Ligustro (Ligustrum vulgare, L. lucidum, L. japonicum, L. sinense, ecc.), al Tasso (Buxus sempervirens), al Viburno (Viburnum tinus), ecc.

Meno conosciuti (e più subdoli) sono gli effetti collaterali derivanti dall’interazione tra farmaci e piante medicinali (erbe di questo tipo si possono trovare, spesso in associazione con vitamine e minerali, anche negli integratori alimentari). Alcuni “rimedi naturali”, infatti, possono influenzare la farmacocinetica di alcune molecole di sintesi, potenziandone o inibendone gli effetti previsti. Ad esempio, la Liquirizia, consumata in quantità eccessiva, provoca ipertensione e ipopotassiemia (riduzione della concentrazione di potassio nel sangue); quindi attenzione se viene consumata insieme a farmaci con proprietà simili o antagoniste. Principi attivi vegetali ad azione sedativa possono interagire con farmaci ansiolitici e antidepressivi, potenziandone l’azione e determinando pericolosi stati di sonnolenza e di riduzione della percezione sensoriale. Lo stesso discorso vale per le piante con effetti estrogenici (Liquirizia, Salvia, Finocchio, Galega, Luppolo, Fieno Greco, Agnocasto, Erba Medica, ecc.), la cui somministrazione a medio e lungo termine può causare fastidiosi effetti collaterali, soprattutto nei soggetti femminili. Per trarre da una pianta il massimo beneficio, riducendo al minimo il rischio di reazioni avverse, è necessario:

  • attenersi alla giusta posologia, rispettando scrupolosamente le dosi, le modalità e i tempi di somministrazione (in particolare quando si tratta di oli essenziali, tinture ed estratti), prendendo in considerazione la possibilità di eventuali effetti collaterali dovuti a fenomeni allergici o a forme di tossicità acuta o cronica;
  • evitare ogni forma di automedicazione, soprattutto quando sono presenti patologie di una certa gravità;
  • valutare la possibilità di interazioni di natura biochimica tra prodotti erboristici e farmaci di sintesi;
  • non somministrare piante medicinali ai bambini al di sotto dei cinque anni, alle persone anziane, ai soggetti in precarie condizioni di salute o ammalate gravemente, alle donne in gravidanza o in fase di allattamento; in questi casi il loro utilizzo è consigliato solo in caso di reale necessità e sotto il diretto controllo di un medico, esperto in fitoterapia.
Sergio Pessolano: Donne in Burkina Faso intente a miscelare Erbe

Com’è possibile riconoscere le erbe spontanee senza rischiare di coglierne di velenose e dove possiamo trovarle senza pericoli di inquinamento e tossicità varie?

Quando si passeggia negli ambienti naturali, come boschi, sentieri di campagna o di montagna, è opportuno fare attenzione ai bambini, poiché tendono inavvertitamente a toccare e ingerire erbe, frutti e semi velenosi. Bisogna raccogliere e utilizzare solo le piante di cui conosciamo l’effettiva identità botanica, in caso contrario, è bene astenersi da ogni tentazione. Per il riconoscimento delle singole specie vegetali è consigliabile avvalersi del parere di un botanico o di un erborista esperto. Esistono anche delle opere di botanica sistematica, contenenti specifiche chiavi analitiche per identificare famiglie, generi e specie.

Non è superfluo ricordare che la raccolta delle piante selvatiche deve avvenire in luoghi lontani da fonti d’inquinamento chimico (metalli pesanti, solventi, idrocarburi, pesticidi, diserbanti, antiparassitari) e biologico (agenti patogeni come batteri, virus e parassiti). Inoltre, non dobbiamo dimenticare che tutto quello che fa parte della Natura è un bene collettivo, un prezioso patrimonio di vita e di tradizioni che merita di essere rispettato e conservato per le generazioni future.

13) Quanto influisce il colore sul potere di nutrizione di un alimento o sulla psiche di chi se ne ciba?

Attraverso un affascinante gioco di riflessi di luce e di vibrazioni, i colori danno forma e sostanza alla realtà, la rendono viva, interessante e ricca di sfumature. Ogni stagione ha i suoi colori e la capacità di risvegliare emozioni e stati d’animo che si accordano con le mutazioni della Natura.  Ma i colori nascondono anche proprietà curative che riguardano sia la mente sia il corpo. La salute e il benessere, infatti, non sarebbero raggiungibili senza l’apporto dei colori che sotto forma di pigmenti e tinture, contraddistinguono le famiglie e i diversi generi di piante. Un ruolo attivo, sul palcoscenico vegetale, è svolto dalla clorofilla: questa molecola di colore verde (contenuta nei cloroplasti) è fondamentale nella complessa catena di reazioni biochimiche capaci di convertire la luce solare in energia chimica (non dobbiamo dimenticare che la sua struttura è sorprendentemente affine a quella dell’emoglobina!). Il rosso è un simbolo di vitalità, passione e forza, e passando attraverso il giallo e l’arancio, troviamo ortaggi e frutti ricchi di licopene (pomodoro, melograno, anguria, ciliegia, fragola, melone, pompelmo rosa, ecc.) e beta-carotene (presente soprattutto nella carota, albicocca, zucca, pesca, peperone, agrumi, nespola, ecc.). Entrambi i composti sono noti per la loro potente azione antiossidante e antitumorale. Le stesse proprietà appartengono alla fascia cromatica compresa dal bianco al verde, esclusiva di specie appartenenti alla Famiglia delle Brassicacee: cavoli cappucci, cavolfiori, cavolini di Bruxelles, cavolo verza, broccoletti, cime di rapa e specie selvatiche come l’Erba lattona, chiamata anche erba di S. Maria (Cardaria drada), contengono isotiocianati (il caratteristico odore pungente che si sprigiona durante la cottura di queste piante è dovuto alla presenza di zolfo). Senza dimenticare le varie tonalità del viola (mirtilli, ribes, more, lamponi, prugne, cavolo rosso, radicchio, uva rossa, barbabietola, melanzana, sambuco, ecc.), simbolo di trasformazione, conoscenza e consapevolezza, che portano in equilibrio il corpo e la mente. Responsabili di questi colori sono i polifenoli (in particolare picnogenolo, resveratrolo, acido ellagico e antocianine), utili per contrastare le infiammazioni, l’ossidazione cellulare, la fragilità capillare e le neoplasie (ostacolano l’angiogenesi, cioè la formazione di vasi sanguigni che portano nutrimento alle cellule malate).

SERGIO PESSOLANO: FOGLIE DI COCA IN UNA CERIMONIA QERO

Come ci guida il profumo nella scelta di un’erba spontanea?

Nel mondo vegetale gli odori occupano uno spazio importante: basti pensare ai fiori e alle cosiddette “piante aromatiche”, ricche di principi attivi volatili (oli essenziali), utili sia in cucina, per insaporire le pietanze, sia in fitoterapia, per le loro proprietà antibatteriche, antivirali, balsamiche, digestive, carminative (prevengono le fermentazioni intestinali), depurative e antiossidanti.  Le caratteristiche chimiche e organolettiche di queste sostanze odorose variano da piante a pianta, in rapporto alla famiglia, al genere e alla specie di appartenenza. Negli ambienti naturali, tra le famiglie più “profumate” troviamo le Lamiaceae (ex Labiatae), Rutaceae, Rosaceae, Umbelliferae, Asteraceae (ex Compositae), Liliaceae, Leguminosae, ecc. Sono gruppi di piante ricche di essenze, formate da sostanze a basso peso molecolare, inquadrabili nella classe degli idrocarburi terpenici, alcoli, miscele di esteri e alcoli.

L’attrazione che sperimentiamo nei confronti di un particolare aroma è puramente istintiva, spesso legata a esperienze emozionali soggettive, come ricordi passati, memorie apparentemente “seppellite” oppure odori che richiamano luoghi o persone a cui siamo particolarmente legati. Personalmente, il profumo di Mentuccia (Clinopdium nepeta subsp. nepeta) che si sprigiona quando si calpesta un prato o si cammina lungo una strada di campagna, mi ricorda immediatamente il periodo della gioventù e le giornate trascorse nei campi in piena libertà, lontani dagli impegni e dalle responsabilità tipici dell’età adulta. Un altro odore capace di “incatenarmi” piacevolmente al passato è quello che si sprigiona dall’erba appena tagliata. I profumi entrano in sintonia, o in contrasto, con il nostro stato vibratorio, quindi la scelta di una pianta è una questione strettamente soggettiva, basta essere “aperti” nei confronti della realtà che ci circonda e consapevoli del proprio stato fisico e psicologico. Gli aromi oltre a incorporare le proprietà terapeutiche delle piante dalle quali derivano, esercitano un’azione più sottile, influenzando i delicati meccanismi che legano l’olfatto a specifiche aree del cervello. Degni di particolare attenzione sono gli effetti stimolanti o rilassanti di alcuni profumi: tali potenzialità sono giustificate dalla stretta relazione esistente tra olfatto-sistema limbico e risposte neurovegetative.

Ci possiamo affidare a ciò che profuma e diffidare di quello che emana cattivo odore?

L’odore emanato da una pianta non è un criterio affidabile per riconoscere una sua eventuale tossicità. A volte un cattivo odore coincide con la presenza di sostanze velenose, come nel caso dell’Erba serpentaria (il fiore emana un insopportabile odore di carne decomposta), del Giusquiamo, del Viburno o della Cicuta (generalmente emana un caratteristico odore di urina di gatto). Però, esistono anche erbe tossiche caratterizzate da profumi e aromi piacevoli e particolarmente accattivanti, basti pensare al Ginepro sabino, al Maggiociondolo, al Lauroceraso, al Mughetto, all’Ebbio (solo i fiori sono profumati), il Ligustro, la Ginestra, il Caprifoglio, ecc.

Vale anche per gli esseri umani, come influisce l’odore di una persona, di qualunque sesso essa sia, nell’attrazione tra individui?

L’esperienza dell’olfatto, quando percepiamo l’odore di un luogo di una persona accanto a noi, rimane circoscritta all’interno di una dimensione privata, intima, non condivisibile. È una percezione dominata dall’inconscio e dagli istinti più profondi, che a volte trova la sua giusta “archiviazione” nella memoria di vicende passate, di particolari stati emotivi. A questa prima fase impulsiva, totalmente libera da stereotipi e preconcetti, segue un momento di razionalità, di analisi delle informazioni registrate, che porta alla ricerca del significato e della giusta collocazione di un odore, in base al suo grado di piacevolezza o sgradevolezza. Chi ci accompagna in questo misterioso mondo, dai confini mobili e indefiniti, fatto di effluvi evanescenti, di scie invisibili e di sentori dimenticati? Principalmente, la parte più antica del nostro cervello (bulbi olfattivi, amigdala, ippocampo e sistema limbico), cioè quella connessa alle emozioni, alla memoria e alla regolazione dei processi basilari per la sopravvivenza. I fattori che influenzano questa realtà, avvicinando o allontanando le persone sono numerosi e spaziano dall’igiene personale all’alimentazione, dalla razza all’età, dalle malattie agli stati d’animo, dalla cultura ai pregiudizi.

SERGIO PESSOLANO: FELINI IN NAMIBIA

Con quali armi possiamo combattere gli allevamenti che fanno crescere animali maltrattati? Il corpo è un catalizzatore attivo e infaticabile di esperienze; anche quando dormiamo, non cessiamo di sperimentare emozioni e stati d’animo che coinvolgono la nostra fisicità. Da questo punto di vista, l’alimentazione offre un contributo importante e fondamentale per incrementare la conoscenza del mondo e per agire su di esso. Attraverso il cibo dialoghiamo costantemente con l’Universo, per questa ragione operare delle scelte consapevoli e responsabili, rappresenta uno strumento potente per agire sulla realtà in senso positivo o negativo. Ogni brandello di materia commestibile è carico di esperienze interiori e di significati simbolici sia individuali che collettivi. Non stupisce, quindi, che la carne, quando diventa merce e cibo, possa suscitare accese discussioni di carattere etico.  Disquisire sull’essere vegetariani o carnivori, oltre a richiedere tempo e valide argomentazioni a favore oppure a svantaggio dell’uno o dell’altro schieramento, generalmente non porta a nessuna soluzione concreta. Se invece decidiamo di scendere a compromessi, un argomento che trova unanime consenso, anche tra i mangiatori di carne (anche se molte persone fanno finta di nulla e preferiscono ignorare questa terribile realtà), riguarda il maltrattamento a cui sono sottoposti gli animali negli allevamenti intensivi. Questi orrori non devono essere considerati un male necessario per garantire il nostro benessere alimentare. Non è più tollerabile che degli animali (in particolare maiali, bovini e pollame) destinati alla macellazione o alla produzione di latte e uova, siano costretti a vivere in spazi ridottissimi, progettati per accogliere solo l’ingombro dei loro stessi corpi, nella più completa immobilità e in condizioni ambientali (assenza di luce e di ricambio d’aria) e igieniche deplorevoli. Qualcosa si può fare, ad esempio, si possono scegliere prodotti ottenuti in maniera etica e sostenibile, rispettando gli animali e i loro bisogni e le loro inclinazioni naturali. Forse un’esistenza passata in condizioni più decenti e con meno sofferenze gratuite (magari venduti a un prezzo di mercato leggermente superiore) non sarà sufficiente a giustificare la morte programmata di milioni di animali… ma potrebbe rappresentare una piccola conquista sociale

SERGIO PESSOLANO: ZEBRE LIBERE SI RIPOSANO IN NAMIBIA

C’è un altro modo per sperimentare i farmaci senza torturare gli animali?

Gli animali incarnano l’istinto, la libertà e l’espressione naturale della vita, e non meritano di essere equiparati a della semplice merce da acquistare, vendere o scambiare. Gli animali sono vittime non solo degli allevamenti intensivi, dove subiscono crudeltà inaccettabili, ma anche della ricerca scientifica. Infatti, quanti interessi economici ruotano intorno alla sperimentazione animale portata avanti dalle industrie farmaceutiche e cosmetiche? Per questa ragione ogni anno vengono sacrificati dai 300 ai 400 milioni di animali (scimmie, maiali, cani, gatti, pecore, capre, conigli, topi, cavie, ecc.). L’alternativa alla sperimentazione animale esiste e si basa su test che utilizzano materiali organici (cellule e tessuti che simulano parti del corpo umano), di clonazioni cellulari oppure di dati epidemiologici e statistici, di modelli matematici (ad esempio esistono programmi capaci di fornire dati sulle reazioni allergiche), simulazioni al computer e altre tecniche non invasive. Di particolare interesse sono le ricerche nel campo delle cosiddette QSAR (acronimo di Quantitative Structure Activity Relationship): partendo dalla struttura chimica di una determinata sostanza è possibile risalire alle sue proprietà biologiche applicando dei modelli matematici computerizzati. Altri test, impiegati per valutare gli effetti cancerogeni di varie sostanze chimiche, prevedono l’utilizzo di microrganismi o colture di cellule umane, in alternativa ai modelli animali. È possibile avvalersi anche di sistemi di colture cellulari in 3D che consentono di “imitare” la complessità funzionale di organi e apparati. 

Un Proverbio dei Sioux recita: «Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi». Cosa ne pensi di questa mentalità ‘selvaggia’?

Nell’ambito di una visione di tipo “animista”, ogni cosa è viva e inserita in un flusso dinamico in continua di trasformazione. Non esistono gerarchie che pongono un essere vivente in una posizione di superiorità rispetto agli altri. La comprensione di questa dimensione si fonda sulla condivisione, il rispetto e un profondo senso di appartenenza.

SERGIO PESSOLANO: CERIMONIA IN PERU’

Quale Pianta ti rappresenta di più simbolicamente?

Ho una particolare predilezione per le piante velenose, perché conservano un fascino tutto particolare, difficile da descrivere. È un’emozione simile a quella che si prova nei confronti di un odore, quando è percepito come un miscuglio eterogeneo di “attrazione” e “stupore” (forse anche di leggera “inquietudine”). Tra queste erbe, sceglierei lo Stramonio (Datura stramonium – Famiglia Solanaceae). Però, non si tratta di una vera e propria identificazione; la chiamerei più affinità, risonanza. Dal punto di vista simbolico è una pianta che esprime un particolare tipo di equilibro, che permette di avvicinare e conciliare due manifestazioni apparentemente opposte: una di tipo proiettivo, l’altra di natura ricettiva.

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