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La battaglia di Lepanto

Il poderoso effetto che esercitò sui contemporanei «la più grande vittoria che sia mai stata riportata dalle armi cristiane» (314), si manifesta anche nel fatto che solo poche battaglie sono state tanto celebrate e descritte come quella del 7 ottobre 1571. Fogli volanti nelle più diverse lingue diffusero in tutti i paesi la notizia del grande avvenimento (315). Storici ed oratori, poeti, musici (316) e artisti fecero a gara nel celebrare il giorno, che Cervantes disse il più bello del secolo. Fra le descrizioni degli storici italiani (317) le più note sono quelle di Folieta e Paruta (318). Fra i discorsi commemorativi spicca a lato di quello di Mureto l’altro tenuto da Silvio Antoniano alla presenza del papa e dei cardinali (319). Nella funzione di ringraziamento, che l’arciduca Ferdinando tenne a Innsbruck, fece la predica commemorativa il Canisio, il quale con elevato sentimento ricordò che il vincitore di Lepanto era un Habsburg, che con la croce in mano aveva infiammato alla battaglia per Cristo i suoi eroi (320). Va detta una produzione eccellente nel suo genere anche la predica del francescano inglese Giovanni Nas (321).

È presso che immenso il numero delle poesie a cui diede origine la giornata di Lepanto. Qui gli spagnuoli superarono gli italiani. Invano cercasi in questi un inno di vittoria sì entusiastico come quello composto da Fernando de Herrera o una descrizione sì classica come quella inserita da Alonso de Ercilla nella sua Araucana (322). E fra le molte piccole e grandi poesie di autori italiani, che Pietro Gherardi pubblicò a Venezia nel 1572 in un volume di 500 pagine (323), non se ne trova una che sia degna della grandezza dell’avvenimento: nelle latine reca noia lo strano miscuglio di sentenze cristiane e pagane, in tutte si rivela troppa vuota rettorica e quel cattivo gusto, che preannuncia il seicento. È intollerabile la prolissità di parecchi di questi poeti, uno dei quali, Giambattista Arcuzio, produsse 20,000 versi. Il meglio sono le poesie dialettali (324).

Più che della poesia fu felice nella glorificazione del grande avvenimento l’arte d’Italia (325). Qui sta alla testa Venezia. La repubblica fece ornare l’ingresso dell’arsenale, dal quale era sortita la flotta, che nel giorno di S. Giustina aveva vinto i Turchi, colla statua di detta santa scolpita da Girolamo Campagna. Domenico da Salò eseguì per la chiesa di S. Giuseppe di Castello un bel rilievo della Sacra Famiglia. La confraternita del Rosario fece costruire ai Ss. Giovanni e Paolo una speciale cappella commemorativa, che venne decorata di molte opere d’arte, fra altro di due statue di S. Giustina e di S. Domenico del Vittoria. Nell’incendio di questa cappella avvenuto nel 1867 perì anche il quadro della battaglia eseguito da Iacopo Tintoretto col figlio Domenico. Ebbe identica sorte una rappresentazione della battaglia dipinta parimenti da Iacopo Tintoretto nel Palazzo dei dogi, in luogo della quale passò il grande quadro di Andrea Vicentino. Anche Paolo Veronese dedicò due rappresentazioni, magnifiche pel colorito, alla battaglia di Lepanto: una, il Veniero accolto in cielo in guiderdone della sua lotta, si trova ora nell’Accademia a Venezia; l’altra nel Palazzo dei dogi è un quadro votivo: in alto Cristo nella gloria celeste, ai suoi piedi Veniero e Agostino Barbarigo, S. Marco e S. Giustina, inoltre le figure allegoriche della fede e di Venezia (326). Il più famoso pittore di Venezia, il novantacinquenne Tiziano, creò per Filippo II un’allegoria di splendido colorito, che ora abbellisce il museo di Madrid (327). La città di Messina onorò Don Juan con una statua, che recentemente fu molto danneggiata dal grande terremoto (328). Le autorità di Roma aggiunsero ai fasti consolari nel Campidoglio un’iscrizione che doveva conservare in perpetuo il ricordo del trionfo di Colonna del 4 dicembre 1571. Esse fecero eseguire per la chiesa di S. Maria Araceli un soffitto di legno a cassettoni decorato con trofei e abbellimenti con relativa iscrizione: l’oro adoperatovi fu tolto dal bottino di guerra. Nel 1590 la città fece inoltre apporre all’interno della chiesa sopra l’ingresso principale una grande iscrizione in marmo e cinque anni dopo erigere una statua di marmo del Colonna nel palazzo dei Conservatori (329). Il pino colossale, che secondo la tradizione per quasi tre secoli stette nel giardino Colonna nella cima del Quirinale a ricordo di Lepanto, è scomparso. Nel palazzo attiguo la sala del trono conserva una carta navale di Marcantonio Colonna e il diploma d’onore conferitogli dal senato. Nella grande galleria del palazzo le pitture del soffitto di Coli e Gherardi ricordano Lepanto. Incomparabilmente più pregevoli di questa posteriore rappresentazione sono le pitture contemporanee a Paliano, il castello della famiglia Colonna. Ivi nel soffitto si veggono due quadri della battaglia e due concistori, tenuti da Pio V sulla lega. La fascia fa vedere il trionfo di Colonna del 4 dicembre 1571, la parete la visita che egli allora fece a S. Pietro con veduta interessante dell’antica chiesa e del Vaticano (330). Costituiscono un riscontro i preziosi arazzi, essi pure contemporanei, nel palazzo Doria, che in forma più schematica rappresentano le singole fasi della battaglia (331). Anche in Vaticano vennero eternati i grandi avvenimenti della santa lega e dell’immortale vittoria con grandi affreschi nella Sala Regia (332); Pio V ne aveva incaricato Giorgio Vasari nel febbraio del 1572 (333).

I più antichi biografi del papa, Catena e Gabuzzi, raccontano che nel momento in cui terminò la battaglia decisiva fra la Croce e la Mezzaluna sulla costa greca, Pio V, occupato nella trattazione di importanti affari col suo tesoriere generale Bartolomeo Bussoti, improvvisamente s’alzò, aprì la finestra e per un po’ di tempo assorto in profonda contemplazione guardò verso il cielo e poi si voltò indietro esclamando: «Ora non è più tempo d’occuparci d’affari: affrettatevi a ringraziare Iddio perchè la nostra armata in questo momento ha riportato vittoria sui Turchi» (334). L’ambasciatore imperiale Arco nella sua relazione del 6 ottobre 1571 parla della visione che aveva avuta sulla vittoria il 29 settembre un francescano romano, ma egli non dice che simile caso sia allora avvenuto a Pio V (335). Invece l’agente imperiale Cusano ai 6 di maggio del 1570, quindi un anno e mezzo quasi prima della battaglia, dà relazione d’un colloquio fra il cardinal Cornaro e il papa e dice che Pio V avrebbe comunicato al cardinale la sua ispirazione relativa alla vittoria dei veneziani sui turchi, osservando insieme che spesso aveva simili illustrazioni allorchè in un affare molto importante supplicava istantemente Iddio (336). Secondo questa relazione non può mettersi in dubbio che Pio V aveva da lungo tempo previsto la vittoria di Lepanto. Quando poi essa divenne un fatto, a lui non era concesso che breve corso di vita; egli aveva compiuto la sua missione.

Tratto da:

Ludwig von PASTOR, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1950, vol. 8 (1566-1572), p. 575-579.



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