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28th
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Curiosità 3

CARTONI ANIMATI

Si tratta di Sazae-San, un cartone animato giapponese che vanta più di 1.800 episodi. La prima puntata viene trasmessa il 5 ottobre 1969 su Fuji Television e dopo quasi quarant’anni va in onda ancora ogni domenica sera dalle 18,30 alle 19. Sazae-San è ripreso dal fumetto omonimo creato da Machiko Hasegawa (1920-1992) nel 1946: Sazae è una donna di 23 anni che vive con i genitori, il fratello e la sorella più piccoli, il marito e il figlioletto. Insieme affrontano le piccole sfide del quotidiano con humor e leggerezza, rappresentando la società in cui il pubblico giapponese si identifica. Questo cartone animato è talmente popolare che in Giappone un uomo che vive nella casa dei propri genitori viene spesso chiamato Masuo-san, come il marito di Sazae. Nel corso degli anni si sono aggiunti nuovi personaggi che, come quelli originali, portano tutti un nome che ricorda il mare (Sazae per esempio è un tipo di crostaceo).

Primato solo in Usa. Nel 2006 i Simpson, la famosa serie animata ripresa da un fumetto di Matt Groening del 1978, ha conquistato il Guinnes dei primati per la serie più lunga trasmessa negli Usa in prima serata.

 

STRUMENTI MUSICALI

Almeno fino al XVII secolo le budella di pecora erano infatti la materia prima per confezionare le corde degli strumenti musicali. Recuperarle, intere, dagli animali sventrati non era lavoro per i deboli di stomaco, anche perché il peggio arrivava dopo, quando bisognava svuotarle. La tecnica era la stessa che oggi usiamo per spremere fino all’ultimo il tubetto di dentifricio. Con l’unica differenza che durante l’operazione l’artigiano indossava, sopra i normali vestiti, anche stivaletti, grembiuli a strati e un bavaglio. Dopo averle sciacquate a lungo e fatte macerare in acqua e cenere eliminava infine il grasso e i residui più resistenti. A questo punto univa insieme tre o quattro budella, le filava, sbiancava con fumi di zolfo le corde così ottenute, le faceva asciugare, le levigava e le ungeva con olio di oliva.

CANTANTE CASTRATO

L’arte, fra Sei e Settecento, richiedeva anche gran sacrifici. Un po’ come le madri che accompagnano le figlie alle audizioni per diventare veline, i genitori del tempo erano disposti a tutto per la fama dei loro pargoli. Chi, per loro, sognava un ben remunerato destino da cantante lirico sceglieva spesso la via della castrazione. Bastava avere una voce passabile e qualche inclinazione per il canto per rischiare di finire, fra gli otto ei dieci anni, tra le mani di un chirurgo-macellaio. Drogati con l’oppio e immersi in acqua talmente calda da stordirli, i piccoli si risvegliavano, nel migliore dei casi, mutilati da un paio di tenaglie con i bordi arrotondati. Chi sopravviveva alle infezioni, alle emorragie o alle frequenti ustioni del bagno caldo, aveva il privilegio di conservare per tutta la vita la voce acuta di un bambino, amplificata dalla potente cassa toracica di un uomo adulto. Ma non per questo il successo era assicurato. Ogni anno 4 mila ragazzini italiani erano sottoposti a questa macabra operazione: si contavano sulla punta delle dita, però, quelli che dopo anni di studio durissimo riuscivano a diventare vere star dell’opera.

MONATTO

Se quest’anno non avete preso nemmeno una volta il raffreddore, forse nel Medioevo i vostri anticorpi vi avrebbero offerto la chance di conquistare un posto come monatto, l’addetto (pubblico) che durante le pestilenze si occupava della raccolta a domicilio dei cadaveri. Il monatto aveva avuto una sola fortuna nella vita: quella di ammalarsi e scampare, almeno una volta, alla peste. Questo gli permetteva di tentare la sorte ogni giorno, sottoponendosi al rischio di contagio senza troppi pensieri: a metà tra il becchino e il medico legale, nell’aria insalubre delle case doveva toccare i cadaveri e le loro piaghe infette, entrando in contatto con i parenti del morto, anch’essi molto probabilmente malati. Quindi caricava le salme su un carretto e continuava il suo giro, accompagnato dal rumore dei campanelli che portava legati alle caviglie e alla cintura per avvisare la gente del suo passaggio. Data la precarietà del lavoro, avevano un contratto mensile e una paga calcolata in base al numero di cadaveri recuperati. Ma dovevano fare attenzione alle malelingue: c’era chi, nel Seicento, accusava i monatti di diffondere la pestilenza per poter continuare ad arricchirsi a spese dei morti.

FULLONE

Pensate a una toilette d’ autogrill dopo il passaggio di almeno un paio di pullman di turisti in viaggio da giorni e inspirate a pieni polmoni. Adesso siete pronti a immergervi nel maleodorante mondo dei fullones (italianizzato in fullone, o sgrassatore di panni). Tenere i piedi a mollo tutto il giorno non è di per sé un lavoro allettante, ancor meno se il liquido in cui ci si bagna non è propriamente acqua. Ma è quanto doveva sopportare chi lavorava in una fullonica. Il compito di questi artigiani dell’antichità romana era quello di sgrassare e sbiancare le pezze di lana grezza. Per farlo, in mancanza di detergenti sintetici, ricorrevano all’unico tipo di ammoniaca in circolazione almeno fino al XVII secolo: la pipì. Ai fullones: toccava recuperare il “detersivo” passando in rassegna tutti gli orinatoi pubblici della città o invitando i passanti a servirsi per i loro bisogni di una giara appositamente murata all’ingresso della lavanderia. Una volta riempite le vasche con l’urina, l’acqua e la soda, immergevano le pezzette poi sguazzavano a piedi nudi in quell’intruglio. Altro che palestra: ci volevano sette ore di esercizi per le gambe per impregnare le fibre e rendere la lana più morbida e compatta.

CONCIABROCCHE

Tra i mestieri più oscuri della Storia, ce n’è infine una diffuso fino a pochi anni fa e consacrato persino dalla letteratura. Luigi Pirandello, nel 1906, fece del conciabrocche il protagonista del suo racconto La giura. Piegaro (nel fisico e nel morale) dal suo mestiere, il conciabrocche riparava vasi, ma anche piatti e grandi contenitori di ceramica. Che c’era di così brutto in quel lavoro? A parte che era noioso e ripetitivo, costringeva a vagare di città in città, a piedi, portandosi dietro i ferri del mestiere. La gente aspettava con ansia il suo verdetto sui preziosi cocci messi accuratamente da parte: se li riteneva salvabili, non potendo contare sul Super-attak, il “maestro” faceva piccolissimi fori sui pezzi da riattaccare usando un trapano a corda (simile al bastoncino a punta con cui i boyscout accendono il fuoco). Poi, come un chirurgo, richiudeva i lembi della “ferita” con un sottile filo di rame o di ferro. Non sempre l’intervento aveva buon esito: in caso di fallimento il “mago del recupero” non solo non aveva il diritto di essere pagato, ma rischiava di essere malmenato dalle massaie inviperite.

 



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