Il volume di Carla Benocci, intitolato Il modello olivetano di Santa Francesca Romana: il buon governo di vigne, orti e giardini, è un’opera che definirei “eccezionale e necessaria”. Non è soltanto una monografia storica, è piuttosto un ponte gettato tra il XV e il XXI secolo, un’indagine che ci restituisce la vitalità di una straordinaria donna che Roma, e non solo Roma, sente profondamente sua.

Dobbiamo tornare indietro nel tempo, precisamente al 15 agosto 1425. In quella data, la nobile Francesca Bussa de’ Leoni, moglie di Lorenzo Ponziani, nota a noi come Francesca Romana, compie un atto che cambierà la geografia spirituale e sociale della città: si offrì, insieme alle sue compagne, come oblata all’Ordine di Monte Oliveto di Santa Maria Nova. In quel momento nasce l’Ordine femminile olivetano, un’istituzione che ha saputo attraversare seicento anni di storia, mantenendo intatta la propria missione e il proprio carisma. Quella scelta rivela una sorprendente attualità: un modello in cui fede, dedizione e visione comunitaria si intrecciano con un rapporto autentico e responsabile con la natura.

A quel tempo la chiesa si chiamava Santa Maria Nova, il termine “Nova” serviva a distinguerla da Santa Maria Antiqua, un’altra chiesa vicina nel Foro che era stata abbandonata dopo un terremoto. Il nome è cambiato nel 1440, quando la nobile Francesca Romana fu sepolta qui. Da allora, il popolo romano iniziò a chiamare la chiesa con il nome della sua amata santa. Nella cripta, progettata originariamente dal Bernini e poi modificata nell’800, sono tuttora conservate le sue spoglie.
Nel Quattrocento, le Oblate di Monte Oliveto erano strettamente legate alla chiesa di Santa Maria Nova, ma non vi abitavano stabilmente come clausura.
La Fondazione
Il 15 agosto 1425, Francesca Bussa e nove compagne pronunciarono la loro offerta come “oblate” proprio nella chiesa di Santa Maria Nova, che era (ed è tuttora) retta dai Monaci Olivetani. Inizialmente, queste donne non vivevano insieme: rimanevano nelle proprie case, dedicandosi a opere di carità, ma facevano riferimento spirituale alla chiesa e ai monaci olivetani.

Il legame con i Monaci Olivetani
Il rapporto con Santa Maria Nova era giuridico e liturgico:
- Le oblate erano aggregate alla congregazione olivetana.
- Il Priore di Santa Maria Nova aveva il diritto di ricevere le loro professioni.
- Le oblate avevano il diritto di essere sepolte all’interno della basilica (dove ancora oggi si trova la tomba della Santa).
Lo spostamento a Tor de’ Specchi
Sebbene nate spiritualmente a Santa Maria Nova, nel 1433 la comunità decise di iniziare la vita comune. Acquistarono una casa nel rione Campitelli, ai piedi del Campidoglio, fondando il celebre Monastero di Tor de’ Specchi.
- Quindi, dal 1433 in poi, la loro residenza effettiva non fu più presso la chiesa del Foro, ma nel nuovo monastero, pur mantenendo Santa Maria Nova come loro chiesa di riferimento per le cerimonie più solenni e come luogo di sepoltura.
In sintesi,nei primi anni del Quattrocento (1425-1433), le oblate frequentavano assiduamente Santa Maria Nova come loro centro spirituale. Dopo il 1433, pur restando “Olivetane” e legate alla chiesa, la loro vita quotidiana si spostò nel monastero di Tor de’ Specchi, dove la congregazione risiede ancora oggi.

Il Libro
Il libro di Carla Benocci si inserisce in un percorso di ricerca vasto e coerente, che l’autrice ha dedicato in tutta la vita a ville, giardini storici e alle grandi famiglie nobiliari romane (come i Mattei e i Borghese), tanto da risultare oggi tra le storiche dell’arte più importanti al mondo.
Ma qui, il focus si sposta su un concetto rivoluzionario: il “buon governo” applicato alla terra come riflesso del “buon governo” dell’anima.
Attraverso una lettura attenta delle cronache olivetane, delle fonti documentarie e delle testimonianze artistiche, l’autrice ricostruisce un quadro articolato che abbraccia tanti secoli di storia. Il volume è ritmato in sei capitoli, ognuno dei quali mette in rilievo un aspetto specifico: dalle origini dell’Ordine olivetano alla fondazione del monastero romano di Tor de’ Specchi (1468), dall’amministrazione dei beni agricoli delle benedettine di Vetralla alla committenza artistica, fino alla riflessione sulla continuità di un modello che si rivela straordinariamente attuale.

Francesca Romana: una modernità sorprendente
Perché parlare di Santa Francesca Romana oggi? Il testo ci offre una risposta netta: per la sua straordinaria modernità. Francesca non è una figura sbiadita dal tempo; è una donna che ha abitato pienamente il suo mondo come moglie, madre e, infine, fondatrice.

Questa triplice veste non è un dettaglio biografico, ma il cuore del suo modello esemplare. In un’epoca di rigide gerarchie, Francesca delinea un percorso di dignità e rispetto, non solo per sé stessa, ma per tutte le sue consorelle. Il suo è stato un “percorso non facile”, una salita faticosa verso un’autonomia fondata però sulla fede e sulla dedizione totale all’altro.
Il libro ci ricorda che l’amore e la cura per la natura che caratterizzano le Oblate non sono un hobby contemplativo. Sono una scelta politica e spirituale. In un mondo che oggi riscopre l’ecologia sotto la spinta dell’emergenza, il modello olivetano ci parla di una sostenibilità che dura da sei secoli, radicata nella speranza e nella capacità di resistere anche nei periodi più bui della storia moderna.

Il Buon Governo di Vigne, Orti e Giardini
Il sottotitolo del volume — Il buon governo di vigne, orti e giardini — ci porta direttamente nel cuore pulsante dell’economia monastica. Carla Benocci analizza magistralmente come la gestione delle risorse non fosse mai fine a sé stessa.

Cosa significava per Francesca e per le sue consorelle gestire una vigna o un orto?
- Esercitare un controllo sapiente sulla terra, intesa come dono da far fruttare.
- Rifiutare l’uso personale delle risorse per metterle, invece, al servizio della comunità.
- Mantenere vivo lo spirito di dedizione agli altri attraverso il lavoro manuale e la cura del paesaggio urbano e suburbano.
Questo modello olivetano non riguarda solo la produzione di vino o di ortaggi; riguarda la creazione di un sistema sociale equo. È la dimostrazione che l’organizzazione religiosa può diventare un motore di benessere materiale e spirituale per l’intera città.


Gli affreschi di Antoniazzo Romano e della sua bottega
Carla Benocci descrive nel secondo capitolo anche il monastero di Tor de’ Specchi a Roma, uno di quei tesori nascosti che sembra sospeso nel tempo. Fondato da Francesca Romana nel 1433, questo luogo custodisce uno dei cicli pittorici più intimi e affascinanti del Rinascimento romano: gli affreschi di Antoniazzo Romano e della sua bottega, datati 1468, capaci di delineare dettagliatamente la vita e i miracoli di Francesca Romana che non fondò un ordine di clausura tradizionale, ma una comunità di Oblate di Santa Maria Nova, donne che vivevano nel mondo pur seguendo una regola monastica. Tor de’ Specchi, situato ai piedi del Campidoglio, divenne la loro casa definitiva.

Il ciclo pittorico si trova nel refettorio del monastero. Gli affreschi furono realizzati nel 1468, circa 28 anni dopo la morte della Santa, per celebrarne la vita e i miracoli in vista della canonizzazione.
- L’Artista: Antoniazzo Romano, il principale esponente della scuola romana del Quattrocento, fonde qui il gusto per il dettaglio fiammingo con la solidità spaziale di Piero della Francesca.
- Lo Stile: Le scene sono caratterizzate da un realismo quotidiano. Roma non è rappresentata come una città ideale, ma come la città medievale sporca com’era nel XV secolo, con i suoi vicoli, i vestiti dell’epoca e i volti popolari.
- La Tecnica: Il tratto è netto, quasi grafico, tipico della pittura monocroma a grisaille, mentre i colori delle scene principali sono vividi e caldi.
Temi e Iconografia
Il ciclo è composto da 25 scene che narrano la vita di Francesca. Vi si trovano alcuni elementi ricorrenti:
L’Angelo Custode: Francesca è quasi sempre accompagnata da un angelo visibile solo a lei, un segno della sua costante connessione con il divino.
Le Lotte con il Demonio: Le scene mostrano la Santa tormentata da demoni in forme grottesche o animali (serpenti, gatti, cani), che lei sconfigge con la preghiera.
I Miracoli di Carità: Distribuzione di pane, guarigioni di malati e la trasformazione dell’acqua in vino per le sue consorelle assetate.
Didascalie in Volgare: Sotto ogni scena compare una scritta in romanesco antico, che spiega l’episodio. Questo rende il ciclo una sorta di “racconto per immagini” accessibile a tutti, non solo a chi conosceva il latino.

Epilogo: un’Eredità per il Futuro
Concludendo questa recensione, dobbiamo chiederci cosa trasferirà a noi questo volume. Il lavoro di Carla Benocci, pubblicato con cura e attenzione da Davide Ghaleb Editore con sede a Vetralla (Viterbo) all’interno dei “Quaderni di Roma e Lazio”, collana fondata da Enrico Guidoni, ci consegna uno strumento per interpretare il nostro presente.
Santa Francesca Romana emerge come una figura centrale non solo per Roma, ma per la vita contemporanea. Ci insegna che la fede non è separata dalla gestione pratica della realtà, che la cura di un giardino è un atto liturgico tanto quanto la preghiera, se condotto con spirito di servizio.
Questo libro non è soltanto un contributo alla storia religiosa ma anche un invito a riflettere sul valore attuale di un modello di sostenibilità e armonia tra uomo e natura che affonda le radici nel Quattrocento. È un invito a guardare “da sotto a sopra” la nostra storia, per citare un’altra opera richiamata nel testo, riscoprendo le radici profonde della nostra identità culturale e spirituale. È un elogio alla resilienza delle donne che, dal XV secolo ad oggi, hanno saputo proteggere la bellezza e la fertilità del nostro territorio.
Grazie a Carla Benocci per aver ridato voce a questo “buon governo”, che questo volume possa ispirarci a governare con la stessa cura e la stessa dignità le “vigne e gli orti” del nostro tempo.
Il modello Olivetano di Santa Francesca Romana
L’autore Carla Benocci si è laureata nel 1978 con Giulio Carlo Argan e specializzata nel 1981 presso l’Università di Roma “La Sapienza” in Storia dell’Arte; ha conseguito diversi diplomi e specializzazione post lauream nel settore storico-artistico, archivistico, di conservazione, restauro, didattica, gestione e valorizzazione dei beni culturali. Opera dal 1980 nella Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dove svolge un’attività di studio, tutela e gestione nel settore delle ville storiche, nel cui ambito ha condotto un’ampia campagna di restauri e iniziative culturali, in particolare nella Villa Doria Pamphilj, dove ha curato l’istituzione del Museo della Villa, preparato da una mostra importante nel 1998-1999, Le virtù e i piaceri in villa. Per il nuovo museo comunale della Villa Doria Pamphilj (catalogo pubblicato a Milano nel 1998). Ha partecipato a mostre e convegni internazionali su temi di architettura, urbanistica, storia dell’arte, storia dei giardini e collezionismo artistico, su invito delle Università italiane e straniere e di diverse istituzioni. Ha pubblicato una vastissima serie di libri e saggi sulle stesse tematiche ed in particolare sulle ville romane.
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Questa recensione è una interpretazione perfetta del volume è una riflessione profonda sulla figura moderna e carismatica di santa Francesca Romana e del suo modello femminile, un esempio per gonne di questo secolo. Non mancano osservazioni pertinenti sugli aspetti artistici, che un professionista affermato come il prof. Luciani non ci fa mancare.
La descrizione dell’articolo di Roberto Luciani relativo al volume intitolato “Il modello olivrtano di Santa Francesca Romana :il buon governo di vigne, orti e giardini”è molto curata e suggestiva e riesce a coinvolgere il lettore non solo per la figura di Santa Francesca Romana ma anche per la conoscenza del travagliato XV secolo. Complimenti all’autore per la bellissima narrazione chiara, affascinante e trascinante.