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L’epistemologia ed il neopositivismo

Così come fino all’avvento della rivoluzione scientifica (XVII secolo) la scienza non era nettamente distinta dalla filosofia, altrettanto fino al Novecento non vi era netta distinzione tra filosofia della conoscenza, o gnoseologia, e filosofia della scienza. Solo a fine Ottocento inizi Novecento, grazie a uno sviluppo notevolissimo della scienza e soprattutto delle specializzazioni scientifiche, la filosofia della scienza si rende progressivamente autonoma, separandosi dalla gnoseologia ed assumendo la denominazione di “epistemologia” (dal greco epistéme=scienza e logos=studio, sapere).Oggetto dell’epistemologia non è più, quindi, lo studio dei modi e metodi che possono garantire validità alla conoscenza in generale, bensì lo studio delle condizioni e dei metodi che, nello specifico, possono garantire validità alla scienza nonché alle diverse discipline scientifiche.Vari sono gli indirizzi sviluppati in ambito epistemologico:1. l’empiriocriticismo, che antepone alla sperimentazione scientifica il primato dell’esperienza sensibile,  posta alla base del sapere scientifico;2. il convenzionalismo, secondo cui le leggi e teorie scientifiche hanno carattere essenzialmente convenzionale;3. il neopositivismo del cosiddetto “Circolo di Vienna”, che indaga prevalentemente gli aspetti logici del procedimento scientifico;4. l’operazionismo, che indaga prevalentemente gli aspetti operativi del procedimento scientifico;5. l’epistemologia di Bachelard, che tiene conto anche della dimensione storico-sociale della scienza;6. il cosiddetto razionalismo critico di Popper;7. l’epistemologia post-popperiana o post-positivistica.
Più rimarchevoli sono il neopositivismo, l’epistemologia popperiana e post popperiana.
IL NEOPOSITIVISMO
Il neopositivismo, o empirismo logico o positivismo logico, è un indirizzo epistemologico secondo cui la conoscenza si fonda essenzialmente sulla scienza. Teorizza l’unità metodologica del sapere, basata su principi e procedure derivanti dalla matematica, dalla logica e dalla fisica. È sorto a Vienna negli anni venti del Novecento, da cui la denominazione de “Il circolo di Vienna”, indicante un’associazione di studiosi i cui principali esponenti sono stati Moritz Schlick, Otto Neurath e Rudolf Carnap. Anche a Berlino, nel 1928, sorge un circolo analogo, chiamato “Società per la filosofia empirica”, fondato da Hans Reichenbach e che ha avuto come esponenti lo psicologo Kurt Lewin, il matematico ed epistemologo Richard von Mises e il filosofo Gustav Hempel.Vienna costituiva un terreno particolarmente adatto allo sviluppo del neopositivismo per il prevalente orientamento liberale dell’epoca ed inoltre perché l’Università di Vienna, a causa dell’influenza della Chiesa cattolica, si era mantenuta immune dall’idealismo e più vicina alla tradizione scolastica medievale, la cui mentalità ha favorito l’approccio logico alle questioni filosofiche. Dopo l’ascesa al potere del nazismo e l’annessione dell’Austria alla Germania, il Circolo di Vienna cessa la propria attività e molti esponenti emigrano negli Stati Uniti, dove si incontrano fruttuosamente col pragmatismo americano e con i logici ed epistemologi americani come Morris, Nagel e Quine. Nel 1929 viene pubblicato il manifesto programmatico del Circolo: “La concezione scientifica del mondo”, scritto da Hahen, Neurath e Carnap. Scopo dichiarato era l’unificazione delle varie scienze attraverso la creazione di un linguaggio comune e di un unico complessivo metodo scientifico. Ciò ha comportato la ricerca di un linguaggio capace di fare riferimento alla realtà dei fatti (agli stati di cose) secondo regole logiche, ossia la ricerca di un linguaggio logico privo delle ambiguità e imperfezioni del linguaggio ordinario. Da Ernst Mach e dal suo concetto di fatto e di sensazione i neopositivisti derivano un’impronta realistica ed anti- essenzialistica (i fatti sono fasce di sensazioni e non sono individuabili essenze sottostanti), mentre da Frege e da Peano, nonché dalla filosofia del linguaggio, dal primo Wittgenstein e da Russell derivano il loro logicismo. Tesi di fondo è che, dato un qualunque problema, una rigorosa analisi logica del linguaggio usato per esporlo, previa trasformazione delle proposizioni del linguaggio ordinario in enunciati logici, permette di distinguere un enunciato scientificamente significativo da uno privo di senso, individuando chiaramente sia i diretti riferimenti all’esperienza sia la coerenza delle connessioni logiche nelle proposizioni e tra di esse.Stante il procedimento sopra descritto, le proposizioni metafisiche e teologiche sono valutate, allora, prive di qualsiasi riferimento a stati di cose, a fatti esperibili, per cui esse non possono nemmeno essere giudicate false ma semplicemente prive di senso. Il senso di una proposizione, dirà Schlick, è il metodo della sua verifica, e poiché le proposizioni metafisiche e teologiche non possono essere verificate esse sono di conseguenza insensate. Alla metafisica non è dunque attribuito valore conoscitivo; vale semmai come espressione di stati d’animo e di sentimenti di fronte alla vita, sentimenti che però, secondo i neopositivisti, trovano più adeguata espressione in un’opera d’arte anziché in una esposizione teorica. Anche Kant aveva mostrato che la pretesa della metafisica di trascendere il mondo fenomenico è illusoria. I neopositivisti si spingono oltre, affermando che la metafisica non ha neppure senso alcuno in quanto pretende di definire, con linguaggio che vorrebbe essere scientifico, qualcosa che nulla ha in comune con la scienza giacché non verificabile.Il principio di verificazione è fondamentale nel neopositivismo. Viene asserito che un enunciato è significativo solo se è possibile verificarlo, ossia se sono conosciute o rese note quali osservazioni possono condurre, sotto certe condizioni empiriche e logiche, ad accettare la proposizione enunciata come vera o a rifiutarla come falsa. E’ fatto uso del termine di significatività e non di verità di un enunciato perché esso non è un fatto ma una proposizione linguistica.Per i neopositivisti la realtà non ha nulla di profondo e misterioso: non ci sono essenze e sostanze. Perciò non vi è necessità alcuna di una metafisica, di categorie a priori, di una fenomenologia o altro. Il mondo reale può essere integralmente conosciuto qualora venga concepito come insieme di fatti che siano direttamente osservabili in modo empirico e verificabili secondo determinate procedure logiche, oppure che siano comunque riconducibili a tali fatti attraverso rigorose connessioni logiche anch’esse controllabili (concezione logico-fisica del mondo).Alla filosofia, pertanto, è assegnato un esclusivo ruolo di attività chiarificatrice basata sull’analisi del linguaggio. Non è riconosciuta come disciplina produttrice di conoscenza ma come strumento in grado di individuare le proposizioni scientificamente sensate da quelle che non lo sono.

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