Jun
20th
left
right

Un mercato comune del Medioevo

Fra il 1200 ed il 1300 l’Europa, tormentata da guerre e scorrerie di pirati, con popoli che non conoscono ancora il concetto di nazione, cambia nuovamente volto. Il mutamento è solo in parte politico e militare. La maggiore novità è data dal tipo di economia che si sviluppa nel continente. Si sentono parole nuove, come sciopero: se ne ha notizia nel 1250, quando i lavoratori francesi della lana entrano in lotta contro padroni e mercanti. O tariffe preferenziali: i sovrani inglesi, per reciproco vantaggio, fanno pagare una dogana più bassa ai trasportatori tedeschi. Manca un’altra espressione che pure, anticipando i tempi, si sarebbe potuta usare: Mercato comune europeo. In quel secolo infatti prende consistenza una rete di comunicazioni commerciali che ben presto collega i Paesi. Alcune regioni forniscono i prodotti, da altre escono formidabili navigatori che fanno arrivare le merci ai clienti internazionali; poi c’è chi presta denaro, chi assicura le scorte armate. È una forma di collaborazione spontanea che determina presto anche la concorrenza, anticipazione delle rivalità che esploderanno nei secoli successivi. Ma per intanto è un mercato che funziona e avvicina tutti i popoli del continente. Ogni zona, nel tredicesimo secolo, ha la sua specializzazione.

FRANCIA. A nord di Parigi, fino alle Fiandre, ci insediano abilissimo fabbricanti di panno. I centri maggiori sono a Lilla, Arras, Amiens, Cambrai, Tournai. Poi, nell’attuale Belgio, le grandi tessiture di Gand. Si formano città industriali che arrivano a superare 30 mila abitanti, livello eccezionale in quell’epoca.

GERMANIA. Fra le città tedesche del nord si forma l’”Hansa”. una associazione commerciale che lega Amburgo, Lubecca. Brema ed altre grosse località, chiamate appunto ”anseatiche”. Il primo prodotto che viene trasportato per nave verso sud è il pesce del Baltico; quindi pellicce, miele, frumento. Allorché queste merci vengono scaricate in Inghilterra, le navi anseatiche tornano a riempirsi grazie ad un altro prodotto molto richiesto: la lana inglese. Spesso le navi germaniche allungano il viaggio fino alla costa atlantica della Francia dove imbarcano vino e sale.

ITALIA. L’Italia scende in campo all’inizio del 1300 con due grandi forze: le navi delle repubbliche marinare, l’oro dei banchieri toscani. A Venezia si costruiscono battelli per una clientela internazionale e si organizzano carovane verso zone pericolose. Navi della Serenissima trasportano i crociati, in Oriente, ottenendo in cambio privilegi e basi commerciali. I veneziani devono affrontare a lungo la concorrenza dei genovesi, che superano Gibilterra andando a fare acquisti nella costa marocchina; ma poi la città rivale decade. È in costante ascesa invece Firenze, che presta soldi a tutti.

I grandi banchieri

I grossi borghesi toscani hanno finanziato dapprima la calata di Carlo d’Angiò nell‘Italia meridionale, ricavandone privilegi in Sicilia. Sono attive anche le compagnie senesi e lucchesi, che però lasciano presto il monopolio a Firenze. I banchieri fiorentini sovvenzionano industrie e trasporti, prestano denaro ai sovrani, favorendo specialmente quelli inglesi. I tassi di interesse sono alti perché grande è anche il rischio: se un re non restituisce un prestito perché è stato rovesciato, o semplicemente perché non vuole, non vi è mezzo per obbligarlo. Per inconvenienti del genere molti banchieri falliscono; ma ugualmente, a partire dal ’300, fa capo a Firenze l’economia di mezza Europa. La famiglia de’ Medici mette insieme una fortuna immensa intorno al ’400.

Il padre della lingua italiana

Sebbene l’Italia del ’300 abbia perduto una coscienza nazionale, divisa com’è fra città e regioni in lotta, proprio in quegli anni raggiunge pienezza d’espressione la lingua italiana, grazie a Dante Alighieri. Un fenomeno analogo si sviluppa in Germania con Eckhart, in Boemia con Carlo IV, la cui statura non è però paragonabile a quella del sommo poeta fiorentino. Dante, con le sue sfortunate lotte politiche che lo costringono all’esilio, è anche l’emblema di questa Italia senza pace, i cui figli migliori riescono a darle gloria, ma non unità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *