Jul
16th
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Francesca Federici prospettive dell’anima

 

La pittura di Francesca Federici non è di “maniera” nella accezione realistico-psicologica del termine, ma piuttosto la favola dell’arte plasmata e conformata secondo i moduli categoriali di una sensibilità vergine, immutabile, adolescenziale e bambina, riemergente dal lago incantato della memoria e del cuore con tutte le seduzioni, i brividi di luce, i colori, i riverberi e le macerazioni interiori, le sedimentazioni, le decantazioni, il salnitro sbrinante del sentimento.

La malinconia trepida, aggrondata, l’elegia di calmi fuochi, placati, riverberano il profilo di una realtà profonda, magmatica, balenante a tratti al di là della soglia velata di una misteriosa apprensione che sostiene alimentandola la vocazione pittorica di Francesca che, soprattutto nei ritratti riscopre la pregnanza fabulatoria di volti ieratici, riconfermando la sua fedeltà al mondo della sua infanzia con una chiarezza sempre più manifesta, con coloriture e impasti allusivi, mitici, nei quali anche gli urti più duri della realtà restano attutiti in una certa aura di simbolo arcaicamente e intimamente lirica.

Così di volta in volta il quadro assume ruoli, funzioni e “prospettive dell’anima” in ascolto di se stessa, il lirismo cromatico si carica di pelagiche risonanze, si fa sinfonia, coralità diffusa, a seconda della intensità e della urgenza del pathos delle memorie, delle modulazioni, delle fatturazioni della soggettività trasfiguratrice.

Francesca Federici è pittrice fondamentalmente figurativa, sempre sicura nel segno ed in un cromatismo che sottolinea il trauma di una produzione che nasconde profonde riflessioni filosofiche, sottili elucubrazioni, continui turbamenti in una persona che non si limita ad una rappresentazione sterile, ma che vuole trasmettere con le sue opere messaggi sottintesi o manifesti di una interiorità, a volte serena, più volte tormentata.

Questo stesso percorso formativo ha portato l’artista, attraverso la meditazione sulle opere dei suoi maestri diretti ed indiretti, alla formazione della propria personalità artistica, superando l’iniziale accademismo nell’approccio figurativo tradizionale con il tema a lei più caro: il ritratto.

Siamo lontani dal verismo aneddotico: il “motivo” naturale di fronte al quale si pone è filtrato dal suo bagaglio sentimentale ed è ricomposto sulla tela o sulla carta pervaso di un nuovo significato. Il porto, i volti, la frutta, gli animali sono le sue radici che attraverso la continua rielaborazione della memoria si rinnovano e soprattutto  si conservano.

Grazie all’approfondimento della ricerca intimista e alla padronanza assoluta della tecnica pittorica Francesca, con tratti e pennellate ricche di gesti e di colore, compone paesaggi e volti familiari che seducono per il loro poetico naturalismo. La luce penetra nelle forme fondendo ogni elemento, figure, oggetti, come in una diffusione del colore, ora corposo ora evanescente, sortendo vibranti effetti che volutamente richiamano alla memoria l’atmosfera romantica, pacata fino alla malinconia.

La sua spontaneità si manifesta nelle opere come nel comportamento quotidiano, avendo il coraggio della sincerità. E le sue immagini chiariscono perfettamente come questa sincerità consista nell’immediatezza visiva della natura e dei sentimenti.

La sua arte nasce da un interesse di carattere sentimentale verso la pittura (ma anche l’architettura che esercita professionalmente) che converte in una rappresentazione neofigurativa per una istintiva necessità di chiarezza e di comunicazione. C’è nelle opere dell’artista romana, una felicità di espressione, una concretezza di colori e di segni che sono filtrati attraverso uno stile personale; c’è un linguaggio pieno di risonanze interiori che raggiunge una permanenza di risultati indiscutibili e validi.

L’infanzia e l’adolescenza trascorsa a Roma, dove Francesca fa le prime decisive scoperte vocazionali, che vengono maturando nel 1993 in un lungo soggiorno in Australia, dove già era stata due volte da adolescente, sotto le suggestioni impressionistiche. Il soggiorno australiano mette la pittrice in una condizione di ricettività percettiva capace di arricchirla ulteriormente. Si tratta di una fase di incubazione meditativa che si chiarirà in una presa di coscienza razionalizzatrice nel corso del suo rientro in Italia.

In silenzio, in umiltà, ella ha sentito giovanissima il bisogno di trasferire sulla tela ciò che il suo occhio attento e sensibile è riuscito ad inglobare, ciò che il suo animo di contemplativa ha percepito. Già all’età di otto-nove anni possedeva una sua discreta produzione artistica (Composizione floreale e Boccioli di rose sono del 1983) per realizzare all’età di soli dieci anni il suo primo significativo olio (Primavera, del 1984).

Alla metà degli anni Ottanta, le ricerche dei Fauves, con il ritmo profondo dell’esistenza tradotto in gesto, sono state poli d’attrazione per la Federici. In particolare Vincent van Gogh (1853-1890), con la “scomposizione” della sembianza naturale cercata per mettere in evidenza il processo di aggregazione, la struttura dell’immagine dipinta, con le sue  pennellate staccate, nette, disposte con un certo ordine, capaci di dare il senso della materia concreta, del colore e della costruzione “materiale” dell’immagine, diventano modelli da imitare per la pittrice romana che, ad esempio, nel 1986 rielabora, pur con la tecnica del gessetto, il notissimo Vaso di fiori  dell’artista olandese. Francesca trova la tecnica citata “liberatoria”, perché gli consente di colpire ripetutamente e con forza, con piccoli e veloci scatti della mano, la carta, oppure “spalmare” la polvere colorata morbidamente, per riempire i vuoti o creare “evanescenze”.

Lo strumento stilistico di cui si serve l’autrice per esprimere la propria inesauribile ricchezza di sentimenti ed una piena e autentica umanità, prova che Francesca ha tratto dall’impressionismo ciò di cui ha avuto bisogno, per superare il concetto di una realtà immobile e per dipingere con autonomia di toni e di linguaggio le sue genuine ispirazioni.

Alla fine degli anni ottanta l’incipit diventa totalmente concettuale, rigoroso e coerente, riprendendo la figura classica di Deidameia (1990) per farne il simbolo di un cammino prezioso rivolto all’indietro, verso le radici ed il pensiero di vita a queste connesso.

I simboli, anzi i segni, sono anche l’essenza primaria dell’opera Capitello (1990). Si tratta di un capitello classico, di stile corinzio, poggiante su una colonna scanalata, rappresentato con matita nera su foglio bianco, tale da divenire così segno e perciò  simbolo di una ricerca strutturale all’uomo moderno.

I colori di Parco a Sidney e Giardino cinese a Sidney (1995), sono anche i colori del vero viaggio che con il luogo fisico e geografico si sottende, i colori sono tutti presenti nell’opera, presenti nella loro fisicità così come nel rapporto con la mente, nella ricreazione di un nuovo percorso evolutivo.

Nel biennio 1997-1998  elabora diversi Volti di donna, raffigurandoli a volte con capelli lunghi, a volte con capelli raccolti. Si tratta di figure femminili, aurora di un rapporto con il mondo femminile (in particolare con la madre), che in qualche modo ha attraversato, trasversalmente, l’intera vicenda umana di Francesca. All’occhio dell’osservante le figure  diventano pensiero e materia e perciò arte sublimata nella più alta vetta della sostanza intellettuale del mito.

Rappresentare  volti di donna e  nudi con  ripetività quasi ossessiva, è emblematico  di una ricerca introspettiva che non indulge a facili rappresentazioni formali, ma che fa intuire situazioni e stati d’animo di particolare intensità. Certo in ogni quadro è evidente la padronanza dell’autrice di una anatomia precisa, di proporzioni scevre da deformazioni o dalla ricerca di atteggiamenti di facile presa sull’osservatore. Infatti, raramente le figure sono intere, quasi sempre l’artista coglie l’essenziale usando con sicurezza il disegno e privilegiando cromatismi limitati, ma intriganti.  In ogni caso l’artista non mistifica nulla, e ognuna delle sue opere denuncia originalità di ispirazione e sicurezza di espressione.

In Evanescenza di fiori (1997), mai delicatissime figure (quattro fiori raffigurati con gessetti colorati azzurri, gialli, rossi e bianchi), potevano ambire, nell’arte contemporanea, alla concentrazione di più elementi concomitanti fra di loro, portandoci, in un percorso mentale, materico ed etereo, dal fuoco all’acqua, dall’ebraismo al cristianesimo, dal deserto al mare. Nella evanescenza iconografica l’artista propone la propria manualità, fatta di segni.

Federici ha frequentato dal 1998 al 1999 l’Accademia delle arti ornamentali San Giacomo di Roma. Oltre a cimentarsi nei ritratti e quindi nel disegno del vero, si accosta alle Improvisations di Wassili Kandinsky (1866-1944), vale a dire a quei movimenti aggregati di segni senza alcun supporto strutturale. Come il pittore moscovita nelle opere inserisce segni senza ordine apparente dove nulla può essere distinto e oggettivato, dove un’impressione visiva si traduce immediatamente in stimolo motorio traducendo il moto interiore in segni visibili, l’artista romana inizia a dipingere senza combinazioni e movimenti morfologicamente e sintatticamente coerenti, e come Kandinsky nel 1910 dipinse il suo primo acquerello astratto, così Francesca si esprime con la stessa tecnica, rifacendosi anche alle teorie di Rudolf  Steiner, filosofo e naturalista tedesco, che, superati i limiti delle barriere della conoscenza erette da Kant, ha aperto nuove prospettive all’indagine spirituale applicando il metodo anche all’attività artistica. L’evoluzione della pittrice raggiunge l’apice in Astrazione (2002), certo l’opera astratta più coerente della sua produzione.

In Mani con rosa (1999), l’autrice rappresenta le sue mani, in un coacervo di elementi solo apparentemente lontani fra di loro, ma che rispondono invece pienamente al concetto di viaggio, inteso come percorso di vita, verso le sue origini che l’artista ha profondamente voluto mettere in scena, individuando gli elementi primari del percorso, fisico e simbolico.

Villa Borghese (2001) è vibrante per il pigmento di certe zone di cielo, di acqua e di prato; è un’opera che dimostra come il modo di trattare il colore e i registri tonali sono in Francesca  una dote ben sua, acquisita in anni di ricerca.

In Bianco e nero (2002) due corpi umani si avviluppano creando una simbolica spirale. Si tratta di elementi ancestrali individuati ed abbinati, che diventano nelle mani della pittrice segni distintivi di un diverso componimento, simboli arcani di un percorso che, oltre che estetico, è anche un percorso interiore e di vita, sublimato proprio dall’estetica in modo da divenire vita, piena e totale.

Le tele della Federici trasfigurano l’iridescenza dell’Alba (2003), del Riposo in porto (1988), con espressività e sensibilità che rivelano, insieme all’amore ed all’ammirazione ancestrale per quelle immagini, l’abilità architettonica del disegno. Non va infatti dimenticato che è anche architetto.

Da quanto visto, possiamo innanzi tutto affermare che Francesca è proprietaria di una materia cromatica e di un segno capaci di definire il corposo e l’aereo in un’equa fragranza pittorica. D’altra parte l’artista ha conosciuto sempre quella serietà dell’armonia e del “limite” quale punto di partenza per una “proiezione dell’anima”; intesa come possibile aspirazione. Le tecniche pittoriche sono poche e tradizionali: l’olio, i gessetti, il carboncino, la matita nera, la sanguigna, la tempera, l’acquerello.

Le figure dipinte dall’autrice sono presentate nella loro realtà dinamica ed il disegno graffiante e pur dolcemente curvilineo realizza immagini altamente espressive. Questo ci porta allo “stile” di Francesca e ai suoi connotati essenziali: colori, movimento, atmosfera emozionale. Il rapporto di masse, la geometria delle figure, le scomposizioni prospettiche, il cromatismo contenuto, rivelano, al di là di ogni schema stilistico scolastico, una autentica artista.

I colori sono trattati con concretezza, usati con rigore misurato, trasferiti sulla tela da pennellate tenui e morbide; movimento che è quasi una costante della pittura di Francesca che sembra dare vita a figure sospese nell’aria, che aspirano al cosmo, alla grazia divina che esprimono una attesa o pronunciano una diffida. Atmosfera emozionale che promana da un animo sensibile che si traduce sovente in rappresentazioni ammantate di alone di sincerità tipico di un certo impressionismo. Siamo allora di fronte a una pittura che parte dal particolare per mirare all’universale, che coglie il privato e cerca di fonderlo nel collettivo che è, in breve, discorso sul mondo.

Emana, quindi, da ogni opera un messaggio di fede talché la sua pittura nella apparente semplicità, nel suo fascino non immediato ma profondo, nella sua indipendenza, e infine nella sua icasticità, coinvolge l’osservatore rendendolo convinto e partecipe. I suoi quadri evidenziano sempre la spontaneità e l’inventiva ed hanno una grande vigoria comunicativa tanto che in ognuno di essi si può intravedere quanto la sua stessa sensibilità gli suggerisce, figure, oggetti, paesaggi.

La filosofia che domina l’antologia di immagini tipiche del repertorio figurale di Francesca ha una radice semplice, ma non convenzionale: un desiderio di “primordiale” in antitesi con tanti documenti profetici di maniera. A modo suo, l’artista diventa vaso di foglie, natura morta, lupo, pozzo, busto di donna, grigio e rosso senza discriminazioni, per nuovo e puntualmente “volto di donna cosciente”, un volto che sa di poter trasformare all’alba di un giorno senza nome.

La fedeltà alle istanze della realtà assume poi un particolare valore poiché è una fedeltà ricercata e voluta per saggiare l’attualità espressiva a contatto con l’arricchimento conseguito in anni di ricerche pittoriche per raggiungere l’equilibrio di una intelligente sintesi, ove acquista voce il lavoro dell’artista con le sue predilezioni e i suoi miti.

Ma l’importanza per Francesca, non sta nell’aver superato la fase tradizionale, bensì consiste nell’avere scelto e trovato il punto adatto della sua inserzione in tale tradizione. Ella ha ben capito che doveva superare la barriera del realismo e rinnovarlo, sicché nelle opere la natura è vista su un piano differente, con occhio e con spirito vivo ed è resa con colore che ne crea l’atmosfera voluta e con una libertà espressiva che lascia alla contemplazione, nuove e personali sensazioni.

Ricordi, impressioni, immagini primordiali della vita di un tempo fluiscono nella coscienza della pittrice intrecciandosi alle malinconie del presente in un gioco di attrazioni e di ripulse, di fascinazioni attonite, miracolose, emergenti da una labirintica e inquieta primavera di Proserpina al fondo della quale sta l’Alba (2003), il cesto con Frutta (2001), i Fiori dal nulla (1997), il Lupo (1998), la Primavera (1984), opere amate di un amore beveraggio, meravigliosamente attivo, sempre deluso, sempre lucidamente disperato.

Dallo schermo vario e composito di queste interpretazioni vengono incontro i fantasmi del mondo fiabesco, l’amaro taglio delle creature della fantasia uscite dal limbo dell’infanzia per poter vivere, in solitudine, la loro avventura umana e poetica in un mondo diverso, moderno e tecnologico, dopo aver recuperato la coscienza delle radici.

Ogni tentativo di chiudere in una formula statica le vibrazioni, la ricchezza, la movenza, le pure essenze delle immagini uscite indenni dal travaglio emotivo appare subito assurdo e frustato. Un fluido prezioso, raffinato e primordiale si posa sulle immagini di Villa Borghese (2001 e 2016) pensata da lontano. Qui infatti avviene la maturazione artistica e spirituale di Francesca, nei giardini romani, aggrappata al pendio della collinetta per resistere all’assalto dei pur tenui venti dell’Urbe.

La filogenesi è tutta, intera, viva e palpitante nella autogenesi, in questo sottosuolo affettivo, in questa visività esterna e scabra eppure profondamente radicata. Le tappe essenziali e cruciali del divenire della Federici, la rievocazione pacata del suo personalissimo mito danno agli esiti formale timbratura di verità.

Si tratta di una verità perennemente viva nella memoria in germoglio, palpitante biologicamente e miticamente, sogguardata con un’ occhio al passato e l’altro al presente, con la malinconia grigio azzurra di chi ha lasciato i suoi dèi nella poesia forte delle cose semplici, ed è condannato a vivere fuori di essa, come se non credesse più ai suoi numi, come se avesse perduto una patria e stentasse a trovarne una nuova.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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