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Mondo globale o mondi locali?

Mondo globale, mondi locali: cultura e politica alla fine del ventesimo secolo[1], è il titolo completo di un libro di Clifford James Geertz[2] che è stato un antropologo statunitense e che si è posto criticamente nei confronti sia dell’antropologia strutturale di Claude Lévi-Strauss[3] sia della tradizione dell’antropologia sociale britannica, proponendo un’antropologia riflessiva (Geertz è stato allievo di Talcott Parsons[4] e di Clyde Kluckhohn[5]).

 

Il libro in questione è una breve riflessione sugli aspetti socio-culturali dei processi di trasformazione connessi alla globalizzazione del mondo che l’economia mondiale sta operando con una vera è propria “transnazionalizzazione[6]” travalicando tutte le frontiere e confinando sempre di più gli stati-nazione al solo ruolo di governo dell’ordine sociale.

Il suo obiettivo “non è quello di squalificare la teoria politica in quanto disciplina accademica e astratta, né quello di sostituirla”, ma quello “di affinarla e di renderla più sensibile a cogliere le differenze nella vita sociale e politica in cui, almeno a partire dalla caduta del Muro e dalla fine della guerra fredda, ci imbattiamo sempre più spesso”.

Il tema centrale è la frammentazione del mondo, speculare alla globalizzazione, e le sue ricadute sul pensiero politico e i processi culturali del XX secolo.

Una acuta interpretazione delle grandi trasformazioni in atto su piano planetario, che sta imponendo “un modello assai più pluralistico dei rapporti tra i popoli del globo”. Tuttavia la forma di tale modello “resta vaga e irregolare, frammentata e pericolosamente indistinta”.

Infatti se da un lato le tecnologie e i meccanismi di mercato costringono la varietà delle diverse culture entro modalità standardizzate al punto da dar luogo ad un’unica civilizzazione, il venir meno dei blocchi politici occidentali ha scatenato tendenze centrifughe (riscontrabili anche nel processo di integrazione europea) che erodono anche le basi degli stessi stati nazionali.

Quindi l’autore sollecita a renderci più familiari con i patchwork culturali, già presenti nelle società asiatiche e africane e dobbiamo ripensare anche il liberalismo, soprattutto nelle sue aspirazioni universalistiche. Infatti  non sembra prendere forma un mondo unico, ma emergono soprattutto le eterogeneità e le pluralità che erano state “congelate” dall’istituzionalizzazione delle grandi ideologie nei due blocchi.

Una eterogeneità che non è solo rappresentata dai numerosi Stati-nazione prima occultati dalla logica dei due fronti (si è passati in breve tempo da circa 50 stati a oltre 200), ma è dovuta anche alle intricate differenze formatesi con il tempo all’interno degli stessi Stati[7]. Tuttavia, proprio per il fatto che la storia non si presenta come un percorso unilineare e meccanicistico ma tende a funzionare in modo imprevedibile, risulta insoddisfacente anche una visione del mondo come un mosaico di tante culture, chiuse, internamente omogenee, frammenti immobili che finalmente riusciremmo a vedere.

Geertz quindi si chiede: cosa è un paese se non è una nazione? e cosa è una cultura se non c’è consenso? Le contraddizioni che ne conseguono, cercando di rispondere a questi interrogativi, si esprimono nella necessità di comprendere e di agire globalmente, coordinando nello stesso tempo le politiche economiche e quelle di altra natura all’interno di questo mondo globalizzato.

Altre sue opere: “Interpretazione di culture” [Mulino] (1987), “Antropologia interpretativa”[Mulino] (1988), “Opere e vite. L’antropologo come autore” [Mulino] (1990), “Oltre i fatti. Due paesi, quattro decenni, un antropologo” [Mulino] (1995).

 


[1] Bologna: Il Mulino, 1999.

[2] San Francisco,  1926 – Filadelfia, 2006.

[3] Antropologo, psicologo e filosofo francese (Bruxelles, 1908 – Parigi, 2009). Tra i suoi contributi alla psicologia scientifica vi è l’applicazione del metodo di indagine strutturalista agli studi antropologici.

[4] Sociologo statunitense (Colorado Springs, 1902 – Monaco di Baviera, 1979). Produsse una teoria generale per l’analisi della società chiamata “struttural-funzionalista”, cercò di combinare “azione sociale” e “struttura” in un’unica teoria non limitata al solo funzionalismo.

[5] Etnologo statunitense (Iowa, 1905 – Nuovo Messico, 1960). Stabilì tre dimensioni dell’uomo: 1. qualunque essere umano appartiene alla stessa specie, quindi abbiamo tutti le stesse potenzialità e in questo siamo assolutamente uguali tra di noi; 2. veniamo educati dentro un certo contesto, dove acquistiamo delle caratteristiche che sono apprezzate nel gruppo in cui veniamo allevati; 3. l’individualità di ogni uomo è tale che non esistono due uomini che siano uguali. Neanche i gemelli monozigotici sono assolutamente uguali.

[6] La transnazionalizzazione dell’economia capitalista globalizzata è il risultato, nella fase iniziale, di un processo di concentrazione e centralizzazione del capitale e della produzione che, nascendo nei contesti nazionali di un ridotto gruppo di paesi capitalisti più sviluppati tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, ora lo supera drammaticamente, imponendo la sua logica all’economia interna senza però farla sparire; la sottopone alla transnazionalità globalizzata, ma in continua contraddizione con quanto quei processi ancora racchiudono per un contesto nazionale.

[7] l’autodeterminazione del Quebec in Canada, il pro­cesso di decentralizzazione regionale in Spagna (le rivendicazioni basche, catalane e galiziane);  il rafforzamento delle rivendicazioni del­le periferie celtiche irlandese, scozzese e gallese, non sembra trovare soddi­sfazione nel processo di devolution avviato negli anni ’90; il caso del Belgio, in cui negli ultimi due anni non si riescono a formare coalizioni di governo in seguito alle dispute tra valloni e fiamminghi.

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