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Stefano Ferrante. Artista di sassi e giochi dell’ oca

Nato a Roma nel 1958, Stefano Ferrante segue un percorso scolastico rivolto essenzialmente all’architettura, dove si laurea nel 1983. Dopo un breve periodo di tirocinio presso studi privati, entra nella “famiglia” del Ministero per i Beni Culturali come architetto. Lavora inizialmente presso la Soprintendenza di Firenze dove è assegnato al cantiere di restauro della cupola di Santa Maria del Fiore di Filippo Brunelleschi. Tornato a Roma è assegnato al Palazzo di San Michele a Ripa, sede centrale tecnica del Ministero e lì tuttora lavora.

Deve la sua passione per il disegno a Manlio Quattrocchi, suo maestro elementare e ottimo artista, che gli ha inculcato la gestualità e la manualità nel disegno. In classe spesso il “signor maestro” si sedeva tra i banchi e disegnava mostrando con semplicità le tecniche del chiaroscuro, del disegno dal vero, del colore e perfino della modellazione, sin dalla seconda classe elementare. “Rubando” con gli occhi, Stefano ha appreso con molta naturalezza le tacite lezioni cimentandosi  spesso nel mettere a frutto quanto osservato sui banchi. Questo piccolo patrimonio ha dato frutti tardivi che hanno connotato il suo percorso artistico.

Quello del disegnare o dipingere o modellare è infatti un’esigenza istintiva dell’artista, un bisogno di scaricare nel gesto della matita o del pennello o delle stecche un’energia interiore, un’esigenza fisica da riversare sulla carta, sulla tela o nella creta.

E’ per lo più un autodidatta, nel senso che, tranne l’esperienza descritta, non si è forgiato in scuole o botteghe. E’ una forma d’arte innata e per questo forse poco aggraziata, poco domestica, fuori dai canoni e quindi limitata nella tecnica, ma non potrebbe essere altrimenti per un carattere al quale qualsiasi giogo, qualsiasi guida fa decadere la spontaneità espressiva. Molte delle sue opere sono su supporti improbabili, non canonici: copertine di blocchi notes, pezzi di carta per appunti, carta paglia, giornali, stoffe, tavole di legno, sassi.

Possiamo individuare almeno tre tecniche ricorrenti: il disegno a penna con forti toni chiaroscurali ottenuto con la tecnica “a rete”; la pittura in acrilico o in acquarello; il disegno su pietra, la cosiddetta “stone fish art”. Tutte con una nota di fondo che le accomuna: una sorta di comicità ironica che sdrammatizza la “serietà” dell’opera facendo l’occhiolino  al mondo dei bambini. Forse perché non è mai sostanzialmente cresciuto ed è rimasto, nel profondo un bambino con ancora il desiderio di giocare e divertirsi. E lo fa con il disegno, con i colori, con le forme che nella semplicità e nell’ostentata “rozzezza” ricordano spesso la gioiosa creatività dei bambini. Sindrome di Peter Pan trasferita a forme artistiche.

Se poi consideriamo che l’altra sua produzione è una rivisitazione dei Giochi dell’Oca, si potrà comprendere il senso di quanto detto fin ora.

In realtà la veste di ogni opera per Ferrante non è importante per se stessa, ma perché costituisce un pretesto per giocare con i colori, con le forme e per sperimentare, con piccole sfide con se’ stesso, a che punto può arrivare la sua tecnica innata. Il limite formativo è forse ciò che lo rende interessante e che forse gli toglie merito in quanto è puro dono di natura e nulla o quasi di suo, di appreso, di imparato con fatica da altri. E’ un grande limite, ma forse è l’unica via per tirar fuori la propria vena artistica.

STONE FISH ART

Scendendo nel particolare dei suoi lavori iniziamo dalla decorazione dei sassi. E’ una tecnica nata per caso anni fa passeggiando sulle spiagge di Gabicce. L’artista si è infatti imbattuto causalmente in uno strano sasso adagiato sul bagnasciuga. Sembrava un pesce emerso dall’acqua del mare e fermo lì a riposare. In fondo era un sasso, un semplice banale sasso, dal fondo piatto che lo faceva stare bene in equilibrio. Eppure l’immagine del pesce è stata istantanea, così con non poca fatica per via del forte peso, il sasso arrivò sotto l’ombrellone e fu subito disegnato con un mozzicone di matita fornita dal bagnino. Non sa spiegare il pittore che cosa lo spinse a disegnare quel pesce. Forse la curiosità di tradurre in segno visibile quello che aveva “intravisto” scorgendo quella strana pietra. E i primi tratti di colore furono dati quasi con timore e curiosità, incredulo lui stesso che da un semplice sasso potesse venir fuori, senza troppo sforzo e senza alcun ritocco alla forma, un pesce dalle forme eleganti e dalla livrea così colorata.

Così è cominciata l’avventura dei sassi di Gabicce che da oltre un decennio ha portato a costituire un “branco” di pesci diversi per forme e per dimensione.  Sono semplici ciottoli trovati sulla spiaggia, ma sono anche pietre straordinarie perché nel corso di millenni hanno ricevuto dal caso (dal rotolamento e dall’erosione del mare e del vento) forme singolari che Ferrante si guarda bene dal modificare. Anzi il gioco sapiente sta proprio nel cercare tra le miriadi di ciottoli immersi nel mare o nascosti sotto la sabbia, quelli che per la loro forma ispirano un soggetto. Sono tutti rigorosamente soggetti marini, pesci, qualche conchiglia, gruppi di pesci. L’ originalità sta in quello che abbiamo appena detto: cercare, osservando con attenzione. E’ una sorta di caccia vera e propria che esige pazienza ed occhio allenato. Ma gli viene naturale. Una volta visto il sasso, già è deciso il disegno, è come se quella pietra ce l’avesse già dentro il suo soggetto. La tecnica di decorazione è inizialmente molto veloce, senza indugi. E’ come se fosse visibile, già tracciata, ancora prima di disegnarla. Nel vederli decorati ci sembra scontato che quel sasso assomigli ad un pesce e che la sua livrea abbia quei colori, ma proviamo a vedere per un momento uno dei sassi prima della decorazione e ci accorgiamo che quella trama, quel disegno, quel muso o quegli occhi non sono così scontati. Bisogna “saper vedere”. E in questo consiste forse l’originalità di questa forma d’arte, almeno in buona parte. L’atra peculiarità è la scelta dei colori e degli effetti chiaroscurali che aumentano la tridimensionalità dei soggetti. Le livree, specialmente quelle a squame, sono frutto di un lungo lavoro paziente e tenace, che comporta numerosi passaggi di colore a pastello su ogni singola squama. Generalmente ognuna richiede dai 20 ai 30 passaggi di colore, anche perché la pietra utilizzata, se da un canto “prende bene il colore , facendolo vibrare per la sua naturale ruvidità, dall’altra provoca la frantumazione del pastello che inevitabilmente in parte cade sottoforma di polvere. Perciò è necessario ripetere quel colore più volte finché, finalmente, rimane attaccato alla pietra. L’unico fissativo usato è la lacca per poter procedere con i successivi strati di colore senza perdere quelli già stesi.

Ma forse l’originalità di questa operazione artistica risiede, come accennato, nella ricerca del sasso immaginando da subito cosa diventerà, come sarà colorato e finito. Per alcuni di questi è abbastanza facile intuire le forme di un pesce, ma per alcuni , vendendoli ancor grezzi, non è così scontato. Il resto è conseguenza logica, e a posteriori sembra quasi naturale che da un sasso apparentemente informe ne derivi un variopinto abitante marino. Mai il disegno contraddice la pietra, le sue curve, le sue linee, i suoi rilievi: tutto è semplicemente assecondato ed esaltato, mai forzato. Questo per l’artista è una condizione imprescindibile e costituisce la sfida più esaltante, il dovere di assecondare la pietra e non piegarla in qualsiasi modo al disegno della mano. Spesso le pietre, quasi per magia, hanno in rilievo o incavati già gli occhi o le branchie, evocano nei segni lasciati dall’erosione marina o del vento pinne, code, musi bocche con un realismo tale da far pensare che mano umana abbia ritoccato quel sasso. E invece no: nessuna delle pietre lavorate da Ferrante ha visto scalpelli o altri strumenti per scolpire: tutto è frutto della natura e in fondo questi lavori sono un modo per omaggiare questi scherzosi effetti della grande madre. Sembra strano, ma a guardare esempi come “I due delfini” o “Il pesce gatto” ci si rende conto di quanto strana possa essere a volte la natura e come questa stranezza possa rendere una massa petrosa informe un segno riconoscibile. L’artista in fondo si limita a “far vedere” attraverso la visualizzazione di una veste significante il disegno che lui ha già visto nel momento in cui ha scovato quel sasso nell’acqua o fra la sabbia.

GIOCHI DELL’OCA

Quella dei giochi dell’oca è una passione nata un po’ per caso e un po’ per un imprinting infantile. Infatti il classico gioco dell’oca era uno dei passatempi più in voga per i bambini degli anni Sessanta e quei disegni in quel nastro spiraliforme, apparivano come qualcosa di magico e di divertente. Molti anni più tardi Stefano  inizia a disegnarne uno suo, in attesa che arrivasse Maria, sua figlia, che di lì a poco sarebbe nata. Il materiale usato, come al solito, è povero: un banale cartoncino bristol e colori ad acquerello. La sfida è disegnare quei riquadri piccolissimi con dettagli accurati, in punta di penna a china e poi a colori. In realtà il gioco è un pretesto (sebbene ognuno di questi giochi ha le sue regole ed è a tutti gli effetti giocabile). È un esercizio grafico che consiste nell’armonizzare le tante tessere in un patchwork coloratissimo, dal vago sentore retrò che si ispira ai tradizionali e ormai antichi tavolieri dei Giochi dell’Oca. L’architettura grafica di questi giochi è quella classica: un percorso spiraliforme che fluttua su un fondale con scenari generalmente ispirati al tema del gioco e al centro del tavoliere un altro disegno in linea con il tema del gioco. Dopo un primo tentativo che ripercorreva il tradizionale e classico gioco dell’oca, esplora temi diversi e adatta la matrice compositiva al tema cui il gioco  si ispira. Per fare un esempio, il “Gioco dell’oca di Babbo Natale” vede raffigurati nel percorso  soggetti natalizi così come la scena centrale e quelle angolari. Ma lo spirito è il medesimo: creare un ‘orchestra di colori in armonia, dove anche le volute ripetizioni di uno stesso soggetto sono collocate in accostamento ad altre caselle per creare effetti cromatici gradevoli.

Da buon “marito di maestra”, che  non è soltanto uno status sociale, ma una vera e propria professione, ha anche inserito nei giochi una  componente didattica ai suoi giochi, sempre però ricordando il fine principale di divertire.

Tra tutti i giochi merita una citazione particolare quello dedicato alla città di Roma, un tavoliere ispirato ai monumenti di Roma, dove in caselle di 4 cm di lato disegna alcuni dei più famosi ed importanti monumenti della città. Ne esce uno straordinario merletto a filo di ferro eseguito con punta sottile a inchiostro di china.

1 Comment

  1. Pietro

    Complimenti vivissimi a te e a chi ha scritto la recensione. Nel leggerla ho rivissuto la lettura che ti facevo nei momenti vissuti insieme a Caserta. I pesci, il gioco dell’oca, le mini rappresentazioni dei monumenti di Roma, i sassi …… il ping pong che appartiene alle numerosi tue pregevoli caratteristiche. Ancora auguri. Pietro Farinosi

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