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De Romanis e l’Indonesia

Ad oltre cinquant’anni dall’esordio Agostino De Romanis è universalmente riconosciuto un vero modello di artista, capace di attraversare le frontiere culturali, pittoriche, geografiche, allo scopo di esprimere ed arricchire il suo genio. Un italiano che ha lungamente lavorato in Indonesia, innamorato delle atmosfere e dei colori asiatici, un artista di fama internazionale che richiama l’attenzione sugli eterni dilemmi del vivere e del morire.

 

Testimone deliberatamente defilato rispetto alle vicende del dibattito artistico, ma tutt’altro che distante invece da una personale dimensione vitale, di espressione basica della realtà umana, di sensibilità autentica contemporanea. La sua apertura mentale, la sua attrazione non folcloristica per le tradizioni, la naturalezza del suo cosmopolitismo, ne fanno un punto di riferimento per il nostro tempo, chiamato a confrontarsi con la realtà della globalizzazione anche sul versante artistico.

I volti, i colori, i paesaggi degli olii di De Romanis ci parlano dell’ampio registro di un’anima capace di contenere i silenzi meditativi delle grandi risaie sotto vento dell’isola di Bali, dei vulcani di Semeru, Java e Lombok,  delle preghiere  sul fiume Kalimantan, della gioiosità della gente dell’isola di Giava.

Le opere posseggono forti doti simboliche: Agostino infatti accerchia i colori in serrate stesure, armonizzate tra loro alterando i timbri. L’insieme compositivo sembra scomparire nei dettagli, tutto è labirintico, imprendibile, incoerente. Incantato dalla luce diafana e dai profumi intensi indonesiani, dal volo e dai colori del Macrocephalon Maleo,  dalle pietre di giada e ambra, dal profumo intenso della Raflessia Arnoldii, De Romanis ha trasposto il suo sentire nei giacimenti della memoria storica, traendone una poeticità nuova delineata da una personale declinazione linguistica. Non è un caso infatti che oltre cento anni fa il poeta ceco Rainer Maria Rilke (1875-1926) affermava che il fare poetico è il risultato d’una indagine determinata all’interno di se stessi, della propria infanzia, della propria memoria.

L’ Indonesia per Agostino è più di un interesse culturale e artistico, molto più di un fascino esotico, ricorrente nei visitatori occidentali: è un amore arricchito da indimenticabili esperienze, viaggi della fantasia in realtà che sembrano collocate in una dimensione atemporale che custodisce l’incorruttibilità dei sentimenti.

Nella produzione del maestro affiorano evocati volti e sagome di personaggi misteriosi, dei, occhi, eroi, inquieti idoli rimasti per secoli nascosti sotto la terra.  La luce sgorga escludendo ogni ombra e purificando l’immagine dal  buio.  Il discrimine tra figurazione e astrattismo è sovente impercettibile, a volte affidato alla sola sensibilità dell’ osservante. Qui sta il senso di un’arte sottile nei significati, piena di morbide forme, di colori luminosi, di accostamenti cromatici, di colore-sentimento.

 

 

Agostino De Romanis, il pittore con lo studio incastonato su di una terrazza alle pendici di Velletri, in provincia di Roma, a due passi dall’antico duomo, ha tuttavia trascorso lunghi periodi della sua esistenza in Indonesia, alla ricerca di quei fantasiosi colori del cielo, del mare, degli indigeni, della letizia che è nell’esistente stesso, perpetua lode alla terra e alla natura, facendo dell’artista un missionario della pittura, nel linguaggio di noi contemporanei.

L’artista ha condensato nei suoi quadri visioni reali ma viste con occhi incantati; talora le sagome sono solo abbozzate, lavorate come elementi visti in rilievo, per cui queste sequenze poggiano su habitat, come se figura su figura, fiori su fiori, recitassero in un antico teatro. Uomini, donne, alberi misteriosi che si stagliano gli uni sugli altri, costruendo ombre e piani prospettici, volumi e vuoti magici, come l’opera Magie di vita tra le ninfee, solo per citare una sua opera emblematica.

L’operazione di De Romanis è il recupero naturalistico dell’Indonesia, come segni riconoscibili nell’immagine globale, è l’incontro-scontro fra paesaggio puro e messaggio. Ma è soprattutto nella prospettiva aperta sulla natura che l’opera del maestro si ritrova, e appunto ancestrale è lo spazio di molti dipinti, perché costruiti dai corpi stessi, volumi che si oppongono l’un l’altro, che si intersecano o si aggregano  in più direzioni, volumi esibiti come sentimento, come razionale misura d’ascendenza infantile. Il recupero fiabesco Agostino lo attua comunque anche nei trapassi chiaroscurali o gli accordi dei colori cangianti, nei forti primi piani dove la potenza plastica della struttura  prende il campo come una forza spirituale stretta dalla materia.

Ma quel suo ricorrere alla natura e alle figure umane indonesiane, come a istituzionali scene che comunque vivono un tempo privo di tempo, più che nel “tempo della memoria”, produce una nuova Arcadia che infonde una malinconia dello spirito, verso un perduto mondo.

Proprio l’astratto colorismo manieristico sembra bagnare di luce immateriale gli spazi pieni di forma misterica. I colori terrosi, il tatticismo delle superfici scabre, la perdita dei segni netti di contorno, e tuttavia la presenza di una globale armonia, la scomposizione della scena in più parti frastagliate, movimentate da un contrappunto di luci, penombre e ombre, fanno parte dell’abile manierismo dell’artista.

E’ una immagine allusiva quella che Agostino inventa, ripropone, modifica nelle impostazioni reali, e tuttavia fragile, volumetricamente svuotata  per ampi squarci di affreschi staccati, sempre più caratterizzato da un tonalismo di superficie che talora scivolano in una fuga spaziale. Nelle opere indonesiane  il contenuto poetico e lirico si fonde in tutto l’impianto plastico, attuato con lucidità sino al “non finito”.

De Romanis è stato, ed è sempre, sostanzialmente fedele ad una nozione paesaggistica di consistenza volumetrica e ponderale, disposto tuttavia a metterla in discussione attraverso un operare che si è venuto definendo proprio nella sua permanenza in Indonesia, in modi sempre meno motivati da preoccupazioni di formale strutturazione, per favorire enunciazioni d’immagini archetipe prive di contorno ma definite dal  colore e dalla materialità di quest’ultimo.

Quel suo fare è disposto invece a secondare pulsioni immaginative che sempre più chiaramente portano nei più recenti svolgimenti, a impreviste strutturali formazioni, cariche di riferimenti psicologici e fortemente materiche, forte di densità evocativa, in un circuito diretto fra memoria, immaginazione, emozione e materia.

Nella sua piena maturità, certamente il maestro si rivela essere un pittore costruttivo sì, ma del tutto istintivo, capace di affidarsi ad una corrispondenza emozionale immediata  ad echi e suggestioni e spessori di memoria che sempre più da vicino sembrano coinvolgerlo e impegnarlo. Memoria dell’Idonesia, di Bali, della linea d’orizzonte del cielo, degli stupori delle capanne degradanti, dei volti dipinti, della sua infanzia.

Questo significa un continuo misurarsi con la memoria, con i suoi richiami archetipici, pur nella viscerale presenza quotidiana nel territorio fiabesco per antonomasia, quello indonesiano.

Il dualismo che definisce il rapporto tra materia e forma, questa strutturale linea che attraversa l’intera storia del pensiero, costituisce l’asse intorno a cui il maestro ha declinato l’evoluzione della sua ricerca, proiettandovi una personalità tesa alla composizione di un sentimento ancestrale del mondo e di un’altrettanto naturale propensione per l’euritmia plastica.

Alla luce di queste suggestioni, credo si possa affermare che De Romanis abbia intuito un superamento del sistema pittura di cui ha dimostrato la vitalità permanente in una ormai adesione storica: un superamento, o meglio uno spostamento dello specifico linguaggio in una banda più profonda creativamente, meno legata al rapporto tra vuoti e pieni, tra luce e ombra, più a ridosso dell’originario misterioso indistinto.

La sua stesura cromatica è di una materia ricca e pastosa, scandita sul ritmo di toni attentamente calibrati, che si dispone per risalto in larghe sintesi di piani fermi, definendo l’immagine per sagome volumetriche. Le pennellate dell’artista sono dense e impastate come i sentimenti che lo muovono alla ricerca di una oggettività non reale. Così le atmosfere asiatiche, vere o trasformate al tempo stesso da una specie di suggestione vergine e simbolica, trovano nelle terre, nei rossi pompeiani, nei verdi, nei cobalti della sua tavolozza una dimensione cromatica. Spasimanti cieli al tramonto di un doloroso turchese,  passionali di rosso, ripiegati violetti, rendono la realtà indonesiana con qualche concessione all’idillio.

Agostino trova in questo lungo periodo indonesiano un rapporto col passato, un rapporto diverso con lo spazio. Su questo spazio, dopo l’incanto cromatico senza tempo e di tutti i tempi, egli trasferisce la natura e i suoi abitanti, che certo lo attraggono, con comunicazione funzionale in senso stretto, diventando ipotesi, vis di altri messaggi: elementarità di volumi e segni aulici si sovrappongono, invenzioni del gesto si intrecciano, l’attualità si avvicina alla storia, gli smaglianti colori preparano le future sintesi plastiche che non appariranno come un sacrificio della fantasia a vantaggio dell’evidenza, ma come un concentrato della vissuta dialettica pittura-natura, col vantaggio di seminare nella sua spirituale ragione  una luce universale.

In queste opere dedicate all’Indonesia si assiste al momento più felice dello sviluppo artistico di De Romanis, all’inserimento delle espressioni mistiche dentro le grandi scacchiere dell’origine.

Per chi vedesse questo fare artistico soltanto come  una mera utilizzazione di spazi indonesiani da parte di volumi e colori, confonderebbe il mezzo col fine; confonderebbe il fatto che Agostino opera in un ricco tessuto artistico  d’avanguardia, e soprattutto non coglierebbe la grande poesia della trasfigurazione, quasi a dare nella loro arte labirintica, nella loro tessitura di acrostici e nella serialità della composizione, il mistero significante.

 

La ricerca del maestro si fonda sull’interpretazione delle realtà delle cose, rivisitate secondo uno schema mentale elaborato per esprimere sensazioni  e allusioni sul filo di una sensibilità pittorica imbevuta di luce che media la tensione emotiva con la razionalità di un ordine strutturale.

E l’artista appare nella sua reale capacità di evocare fantasmi dal mondo antico e di investirli via via di personalità diversa, ora appellandosi alle suggestive visioni paesaggistiche che trovano un innesto di grande valore in quello che costituisce il nucleo fondamentale di questa pittura: la luce. Agostino dipinge per e dentro un tale elemento; che non è un elemento totalmente naturale poiché è una invenzione dettata dalla sua sensibilità. Si tratta di una luce liquida che scorre in flussi ascensionali e rifluisce in quegli spazi reali o illusori, ad illuminare la complessità delle immagini, creando al suo passaggio, punti di vista diversi, nuovi centri focali. In questo gioco di interventi, De Romanis coglie le forme alle quali riesce a conferire l’illusione della plasticità.

E poi c’è l’assenza del segno, e la presenza forte del colore. La sempre marcata plasticità trae alimento dal colore, essa ritrova l’essenza di quella passione  perfino struggente che era nel pensiero ispiratore e si realizza per calde atmosfere, evanescenti, invocate a testimoniare  che si tratta di un sogno  fatto per rivivere il ricordo, come a ribadire un amore incorrotto per il passato e la “sua” indimenticata Indonesia.

 

 

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