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Rivoluzione Permanente

Gli schieramenti politici italiani oramai sfumano sempre di più le loro idee in senso politico; il vecchio Patto di Varsavia non c’è più, non ci sono più partiti “legati” all’ex URSS o agli USA. Per i più giovani un salto intorno agli anni ’20 aiuta a comprendere il passato, parlavamo di Rivoluzione permanente o socialismo in un paese solo?
Alla luce dei fatti di Germania, Ungheria e Italia, si tiene, nel marzo del 921, il X Congresso del partito comunista russo, nel quale Lenin promuove un temporaneo ritorno a certe forme economiche di tipo capitalistico: mentre la grande industria, l’ edilizia, il commercio estero rimangono sotto il rigido controllo statale, viene liberalizzato il commercio interno, incoraggiata la piccola industria, resi oggetto di libera contrattazione i salari; tenendo conto, poi, che l’ 80% della popolazione russa è ancora dedita all’ agricoltura, Lenin sostiene che soltanto un accordo con i contadini può salvare la rivoluzione  e per tal motivo promuove tutta una serie di provvedimenti atti ad incentivare la produzione agricola proteggendo la piccola e la media proprietà. La nuova politica economica (NEP) è accentata non senza contrasti. Per quanto Lenin avesse insistito nel corso del X Congresso, sull’ unità e disciplina del partito, facendo votare una mozione in cui si minacciava l’ espulsione dei colpevoli di frazionismo, prenderà sostanza, proprio in quei giorni, un’ insanabile polemica ideologica che giungerà a dividere, negli anni successivi, il comunismo internazionale, Lenin, colto dai primi sintomi del male che lo porterà alla tomba il 21 gennaio 1924, è costretto a rinunciare a poco a poco all’ attività politica e la sua eredità è raccolta dal segretario del partito, Josif Stalin. Contro di lui si batte la frazione di sinistra capeggiata da Trotzski che, col “nuovo corso” del 1923, propugna la rottura politica con i contadini considerati una forza controrivoluzionaria all’ interno del regime sovietico e sostiene l’ impossibilità della costruzione del socialismo senza una rivoluzione mondiale che dia il potere al proletariato nelle nazioni più progredite industrialmente. Ma già con Lenin la teoria della “rivoluzione permanente” era stata abbandonata per quella del “socialismo in un paese solo”che diventa il caposaldo del programma di Stalin: assai più realisticamente di Trotzski, infatti, egli sa tener conto delle condizioni oggettive del momento storico, l’isolamento in cui versa la Russia e il fallimento di ogni tentativo di esportare la rivoluzione.

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