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LA CRISI DEL PAPATO nel 1300-1400

Il consolidamento dello Stato pontificio non basta a ridare vigore al prestigio morale del papato, scaduto del resto con la soggezione dei papi alla Francia, con il fasto della corte avignonese, con lo sfruttamento a cui i prelati francesi sottopongono i feudi ecclesiastici, con i favori concessi dai pontefici ai loro familiari (il cosiddetto « nepotismo », ormai consueto dai tempi di Bonifacio VIII). Inoltre nei vari Stati europei si tende a sottrarre al papa il controllo delle Chiese nazionali: in Francia fin dai tempi di Filippo il Bello si va rivendicando l’autonomia della Chiesa gallicana; Edoardo III d’Inghilterra insiste per la creazione di una Chiesa anglicana; le idee di Marsilio da Padova e di Guglielmo di Ockham trovano sempre maggiori consensi nelle grandi università europee. Non basta: la crisi investe nuovamente anche il campo dottrinario e la stessa ragion d’essere della Chiesa. Riprendendo le tesi pauperistiche e anticipando quelle dei riformatori protestanti, John Wycleff (1330-1384), professore a Oxford,

(Hipswell o Wiclif, Yorkshire, 1330 circa – Lutterworth 1384)

torna a sostenere che unica fonte delle verità di fede è la Bibbia, e che il papa non ha diritto di imporre la propria interpretazione né di decidere in materia di fede: solo la Grazia redentrice di Cristo può salvare l’uomo, e non servono indulgenze, culto dei Santi, sacramenti (di cui — secondo Wycleff — soltanto due, il Battesimo e l’Eucaristia, sono istituiti da Gesù). Le idee del Wycleff sono riprese da Giovanni Hus (1369-1415), professore a Praga. Qui in Boemia il moto anticattolico per la costituzione di una Chiesa autonoma assume pure il carattere di riscossa nazionale contro la feudalità tedesca, sostenitrice del clero. Anche ora le istanze pauperistiche vengono a complicarsi con la protesta sociale, e dànno vita a vasti movimenti popolari, come quello dei Lollardi (da « lollaerd » = che prega sottovoce), seguaci del Wycleff, in Inghilterra, e dei Taboriti (estremisti hussiti) in Boemia.

1285, Ockham – 10 aprile 1347, Monaco di Baviera

Il ritorno del papato a Roma e il Grande Scisma. Anche l’opera dell’Albornòz sembrò franare quando i papi. decisero il ritorno a Roma, prima (1367-1370) con Urbano V (1362-1370), poi con Gregorio XI (1370-1377) che vi rientrò definitivamente nel gennaio del 1377: il pericolo rappresentato dalla ricostituzione di un forte Stato ecclesiastico dominato dalla Francia e dal clero francese sollevò un vasto movimento di ostilità, alla cui testa si misero Firenze e Bernabò Visconti. Si ebbe allora la guerra degli Otto Santi e che fu composta con un compromesso, facilitato dalla disastrosa situazione economica in cui si era venuta a trovare Firenze, ad onta dei suoi successi militari. Gli avvenimenti che seguirono dimostrarono che questo ritorno non aveva affatto sopito, anzi aveva inasprito i contrasti di carattere economico e politico che travagliavano la Chiesa e la cristianità. Dal Conclave che si tenne dopo la morte di Gregorio XI usci regolarmente eletto un italiano, Urbano VI (1378-1389); ma i cardinali francesi sostennero che l’elezione non era valida perché si era svolta in un clima di intimidazione (il popolo aveva tumultuato minacciosamente, chiedendo un papa romano « o almanco italiano »); quindi, riunitisi a Fondi. elessero il cardinale Roberto da Ginevra, che prese il nome di Clemente VII (1378-1394) e dopo un inutile tentativo di occupare Roma si trasferì ad Avignone. Si apri così uno dei periodi più neri della storia della Chiesa, il Grande Scisma, che durò quarant’anni (1378-1417). Si ebbero due papi. due collegi cardinalizi, due « obbedienze ». La rivalità politica si alimentò della discordia religiosa e il mondo cattolico fu spaccato in due: l’Inghilterra, gli Stati italiani del centro-nord, l’imperatore, la Polonia e l’Ungheria si schierarono con il pontefice romano; la Francia, Napoli. gli Stati iberici e la Scozia con quello avignonese.

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