Oct
17th
left
right

Occupazione e LCSs – Un processo dinamico di adattamento

Il 4 giugno 2012 la direzione generale for Employment Analysis and Policy dell’ Organisation for Economic Cooperation and DevelopmentOECD – ha rilasciato un report estremamente interessante contenente alcune indicazioni e previsioni di medio periodo in merito alle prospettive lavorative generate nel processo di transizione verso low carbon societies all’interno dell’Unione Europea. Lo studio, finanziato dalla Commissione Europea in partenariato con diversi stati membri dell’organizzazione – Austria, Danimarca, Canada, Corea del Sud e Giappone – ha come obiettivo quello di analizzare uno degli aspetti più importanti relativi al processo di cambiamento legato alla Green Growth, ossia le implicazioni sul mercato del lavoro ed il potenziale occupazionale legato allo sviluppo di infrastrutture il cui impatto in termini di emissioni sia ridotto. Indubbiamente, la transizione verso LCS rappresenta un driver di cambiamento strutturale, dal punto di vista macroeconomico: i lavoratori saranno interessati, in forma diretta o indiretta, dai cambiamenti di prezzo sui mercati energetici, dalla necessità di separare nettamente crescita economica ed elevati impatti ambientali. Un’attenta analisi delle ricadute sul mercato del lavoro derivante da tali cambiamenti attraverso modelli economici di equilibrio generale, perciò, è indispensabile per formulare un quadro d’azione di policy chiaro ed efficace che permetta al settore di rispondere positivamente alle modifiche strutturali del sistema, considerando che le politiche a sostegno della transizione energetica determineranno diversi livelli di pressione sul mercato del lavoro ( dati nuovi paradigmi produttivi, di consumo e per l’innovazione, nonché nuove condizioni macroeconomiche).

Se negli ultimi decenni i drivers del cambiamento strutturale sono stati la rivoluzione tecnologica, con l’introduzione di ICTs, ed un livello di integrazione dei mercati – o “ globalizzazione “ – sempre più profondo, l’emergente rivoluzione green si prospetta come nuovo fattore chiave per la trasformazione e ridefinizione degli equilibri di mercato; è possibile identificare quattro tendenze per l’aggiustamento dei mercati del lavoro associate allo sviluppo di attività legate alla green growth[1].

Innanzitutto, è importante considerare i settori di specializzazione presenti all’interno di un’economia: i lavoratori che si trovino a lavorare in filiere specializzate in beni e servizi green, nonché nel settore energetico delle rinnovabili, si troveranno in una posizione di favore simile a quella ricoperta da ingegneri informatici durante la rivoluzione ICT, e da lavoratori impiegati in imprese largamente esportatrici durante la fase di espansione ed integrazione dei mercati vissuta negli ultimi anni. Viceversa, lavoratori impegnati in settori produttivi altamente inquinanti, si troveranno ad affrontare le difficoltà vissute da lavoratori le cui mansioni sono state assorbite da sistemi ICT, il cui impiego non è più necessario. Secondariamente, è importante considerare il ruolo della riallocazione dei lavoratori all’interno di un sistema economico; i cambiamenti nei vantaggi competitivi derivanti da conversione di infrastrutture e servizi determina la necessità di riallocare i lavoratori nei vari settori produttivi, impegnando risorse economiche in formazione e addestramento di personale qualificato. Ciò è strettamente correlato alla terza macro-tendenza osservata, legata alla necessità di garantire la conversione simultanea di elementi appartenenti ad interi settori produttivi; la green technology è suscettibile di avere un impatto simile a quello della rivoluzione ICT all’interno delle società in termini di diffusione e capillarità. La maggiore presenza di eco-servizi determina una maggiore domanda incrementale di lavoratori specializzati in procedimenti ed utilizzo di tecnologie specifiche, utili a diffondere tali servizi sul mercato.  Infine, coerentemente con i risultati degli studi effettuati in international trade and policy ( Stolper & Samuelson), l’aumento del prezzo relativo di energia ed altri beni e servizi le cui impronte ambientali siano pesanti, inducono cambiamenti nella composizione della domanda finale dei consumatori e, in ultima analisi, della domanda di lavoratori. Tali elementi sono particolarmente importanti se si considerano gli effetti derivanti dalla transizione verso economie low carbon: infatti, l’introduzione di green policies and practices tende a determinare un calo negli stipendi reali rispetto al livello che avrebbero avuto se le condizioni del mercato fossero rimaste stabili, legate ad attività produttive carbon intensive. L’introduzione di green technologies, sebbene determini un aumento del livello di produttività in settori che producano combinazioni di beni e servizi presenti sul mercato e servizi ambientali generalmente fuori mercato, è capital-intensive, specie ai livelli iniziali. Essa tende a diminuire il livello medio di produttività del lavoro in termini di output commerciabile, intaccando la capacità dei datori di lavoro di corrispondere lo stesso salario ai propri impiegati; non ricorrere a licenziamenti, diversi imprenditori si vedono costretti ad operare un generale abbassamento del livello dei salari. Una certa flessibilità del sistema, coadiuvata da meccanismi di supporto ed incentivi alle imprese da realizzare da parte delle istituzioni pubbliche, sarà indispensabile per minimizzare gli effetti sul mercato del lavoro derivanti da cambiamenti strutturali.

Come già accennato, l’introduzione di LCTs potrà influire sul livello di efficienza di un sistema economico e, tuttavia, per esplicare i propri effetti positivi richiederà del tempo; nel breve periodo, l’introduzione di sistemi di carbon-pricing ed altri interventi in termini di policy, tenderanno a ridurre la performance economica di un paese in termini di PIL/GDP. Diversi modelli di equilibrio generale aiutano a comprendere le dimensioni associabili a tale fenomeno, mostrando l’impatto che le politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno su crescita economica ed occupazione; studi condotti dalla Commission of European Communities nel 2008 divergono parzialmente da risultati ottenuti attraverso modelli sviluppati da altri ricercatori ( Montgomery et al. 2009, Boeters et al. 2010, WorldScan Model), ma ciò deriva essenzialmente dalle differenze in termini di ampiezza del campione di riferimento adottato per le indagini, e dal fatto che ogni intervento di policy ha un impatto differente a seconda dei target di riduzione di emissioni o di arretratezza in termini di infrastrutture associato ad ogni paese.

In generale, i modelli mostrano l’esigenza di destinare ingenti quantità di risorse nel breve periodo per minimizzare i costi in termini di minori salari ed occupazione derivanti da interventi di mitigazione; tuttavia, l’efficacia di tali modelli è limitata se si considera un orizzonte di lungo periodo, in cui dovrebbero essere considerati i miglioramenti in termini di efficienza ed occupazione legati all’introduzione di LCTs. Inoltre, molti modelli non comprendono un’analisi dei costi legati ai danni generati dal cambiamento climatico, trascurando dunque i benefici relativi ad interventi di mitigazione ed innovazione.

Il potenziale per la creazione di posti di lavoro associato all’espansione di attività legate alla produzione e distribuzione di energie rinnovabili, in realtà, esiste ed è in aumento; studi condotti da UNEP, International Labour Oganisation, International Organisation of Employers e International Trade Union Confederation stimano che, nel 2006, circa 2.3 milioni di persone nel mondo fossero impiegate nel settore delle energie rinnovabili (UNEP/ILO/IOE/ITUC, 2008), cariche che rientrano fra i green jobs[2]. Sebbene la maggior parte di tali posti di lavoro fosse in paesi industrializzati, il potenziale di sviluppo nel continente africano ed asiatico è vasto; stime dell’UNEP mostrano una tendenza crescente dell’occupazione a livello mondiale al 2009, con 3 milioni di persone occupate nel settore. (qui un articolo di interesse pubblicato da Fortune)

In contrasto con tali proiezioni, le posizioni lavorative associate ai cosiddetti “ brown jobs “, ossia lavori in settori industriali altamente inquinanti, diminuiranno gradualmente, determinando perdite in termini di occupazione; cambiamenti all’interno della struttura produttiva delle aziende possono ridurre, in parte, gli effetti negativi derivanti dalla tendenza dei mercati a promuovere ed incentivare strutture green e, tuttavia, tali aggiustamenti determinano costi aggiuntivi per le imprese. L’adozione di carbon-taxes e simili strumenti di policy tende a determinare perdite maggiori in termini di occupazione nei settori caratterizzati da un livello relativamente alto della ratio di emissioni di CO2 rispetto ad industrie con un’intensità di carbone relativamente bassa. All’interno di 25 paesi dell’UE i livelli di intensità di CO2 variano notevolmente, sebbene sia possibile identificare 10 settori tra i più inquinanti: due legati alla produzione di energia (elettricità e combustibili fossili/nucleare), tre legati ai trasporti ( incluse attività ausiliarie di trasporto su terra, acqua, aria), tre nel manifatturiero ( metallurgico, prodotti minerari non metallici, settore chimico), oltre ad agricoltura ed estrazione mineraria[3]. Tali settori tuttavia, non rappresentano i settori maggiori anche in termini di occupazione; tra questi ultimi, figurano invece il settore della pubblica amministrazione, educazione e sanità, servizi di ristorazione ed alberghieri, real estate, servizi di affitto e business services; pertanto, previsioni su scenari di politiche di mitigazione suggeriscono che gli effetti derivanti da modifiche strutturali nei sistemi economici ricadranno su una porzione relativamente ridotta della popolazione, indirizzando l’intervento dei policymakers verso un target contenuto ( circa il 16% sul livello totale di occupazione nell’UE).

Considerando il livello di ambizione promosso dalle istituzioni europee all’interno della “ Roadmap for moving to a competitive low-carbon economy in 2050 “, i paesi all’interno dell’Unione saranno investiti da politiche volte ad aumentare l’efficienza energetica, diffondere l’uso di fonti d’energia rinnovabile e promuovere la riduzione diretta di emissioni di GHGs; la combinazione di tale politiche avrà determinati effetti socio-economici – tra gli altri, effetti su  labour share, disoccupazione e tasso di crescita – misurabili con l’ausilio di strumenti analitici e modelli di previsione. Relativamente all’efficienza energetica, nel 2012 l’UE ha adottato la direttiva 2012/27/EU, successiva all’EU Ecodesign Directive (Directive 2009/125/EC) ponendo obiettivi di miglioramento per i paesi membri; studi condotti da Ecofys nello stesso anno hanno mostrato che l’implementazione dell’Ecodesign Directive potrebbe tradursi, al 2020,  in risparmi netti per l’Unione di circa 90 miliardi di euro l’anno, da reinvestire in altri settori economici con la possibilità di creare circa 1 milione di posti di lavoro in più rispetto al presente. Sicuramente, il settore delle costruzioni sarà il principale beneficiario di misure di efficienza energetica, considerando quanto le attività legate a tale settore siano labour-intensive; un modello elaborato da BPIE nel 2011 sottolinea i potenziali guadagni in termini di posti di lavoro derivanti dall’implementazione dell’efficienza energetica, considerando cinque scenari di riferimento in base alla velocità con cui vengano implementate le iniziative ( slow, medium and fast), e al livello di profondità del processo di innovazione nel settore ( minor, moderate, deep and nearly zero energy). La quantità netta di posti di lavoro creati appare superiore nell’ambito dello scenario in cui il livello di implementazione di azioni d’efficienza energetica è maggiore rispetto agli altri.

 

L’elaborazione di politiche mirate, nei prossimi anni, dovrà tenere conto inoltre del Churn rate, ossia del tasso di individui entranti ed uscenti dal mercato del lavoro (differente dal tasso di lavoratori presenti in un’economia); progresso tecnologico e transizione energetica rappresentano due drivers importanti in grado di influenzare tale parametro. Il passaggio all’uso di di nuove tecnologie (rinnovabili, nucleari, CCS, veicoli elettrici, efficienza energetica etc) rispetto a quelle esistenti determinerà un certo dinamismo da parte dei lavoratori, suscettibili di cambiare settore o compagnia lavorativa a seconda delle possibilità d’impiego. Esiste una distinzione tra lavoratori impiegati in attività di costruzione, installazione e manifatturaCIM – e lavoratori impegnati in attività operative e di manutenzioneO&M – nell’ambito di settori energetici; il livello di dinamismo dei due settori è differente, e l’adozione di tecnologie alternative nel settore energetico determinerà effetti misurabili in termini di posti di lavoro totali disponibili per MWp installato e MWa ( average effective), nonché in termini di posti di lavoro l’anno per GWh.

 

 

[1] Essi sono stati sperimentati durante le grandi rivoluzioni indotte da ICTs e globalizzazione, secondo i modelli dell’OECD, e sono associabili con i dovuti caveat ai processi di cambiamento indotto dalla transizione verso LCS.

[2] La definizione fornita dall’UNEP di tale termine è la seguente: “ jobs in agricultural, manufacturing, research and development (R&D), administrative, and services activities that contribute substantially to preserving or restoring environmental quality.”

[3] Settore agricolo e trasporto su terra sono gli unici ad avere quote importanti in termini di occupazione totale, comprendendo l’11.3% dell’occupazione totale all’interno dell’UE con 25 paesi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *