Jun
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Beatrice, l’amica e consigliera di Dante

«Ero una donna come tante e per opera dell’Alighieri mi ritrovo come una specie di creatura superiore»

-Perdonami un banale scrupolo di cronista, ma vorrei anzitutto chiarire la tua identità. Eri veramente la figlia di Folco Portinari?

«Siete voi moderni che dovete rispondere. Se siete convinti che, in vita, io fossi Beatrice Portinari, a me sta bene. Se avete idee diverse, va bene lo stesso. Se ancor oggi mi ricordate, non è perla mia esistenza reale, ma per come mi ha cantata l’Alighieri».

-Qui mi pare di cogliere un preciso riferimento a quanto ha scritto Dante.

«Appunto. Ricordi quel passo?

“Dal primo giorno ch’io vidi il suo viso…”, e uno si aspetta che concluda: “L’ho amata”. Invece continua così:”L’ho cantata ”. Ti è chiara la differenza?».

-Però ci sono anche episodi di vita vissuta: tu che ridi con altre ragazze per la confusione di Dante, tu che piangi per la morte di tuo padre…

«Senti, tu citi un Dante un po’ confuso: ma non pensi alla mia confusione, o meglio ancora al mio imbarazzo? Ero una donna come tante, magari di bella presenza, magari un po’ più sveglia di altre, e per opera di Dante mi ritrovo come una specie di creatura superiore. Perciò vediamo di distinguere. Una cosa è quella figura divinizzata nella Commedia, un’altra cosa la mia effettiva personalità».

-Me ne vuoi parlare?

«Ma no. A parte che ti deluderei, quella che conta per voi moderni è l’immagine – immaginata, come dice la parola -che trovate in Dante. Vedete di accontentarvene».

-Sbaglio, o colgo nelle tue parole quasi un’ombra di risentimento?

«Ti ripeto, io sono stata una donna normale. Pensa cosa sarebbe accaduto se Dante, quando entrambi eravamo giovani, avesse letto in pubblico i suoi versi. I miei amici e più ancora le mie amiche mi avrebbero preso in giro. A Firenze la gente è ancora lingua lunga: e ai miei tempi era peggio».

-Non contesterai però che Dante fosse davvero innamorato di te.

«Mah, lo dice lui e sarà stato pure vero. Ma io sono una donna abituata a ragionare. Cerca di seguirmi. Anzitutto lui aveva nove anni quando -esito perfino a trovare le parole giuste… – io l’avrei “folgorato”. Nove anni, ossia roba da bambini. Poi ditemi se nella Divina Commedia si trova un qualsiasi accenno a come io potevo essere realmente, con il mio carattere, i miei capricci, i miei difetti. Ho l’impressione che Dante, se mi avesse conosciuta bene, avrebbe trovato qualche altro oggetto di ispirazione».

– Non sei un po’ troppo modesta?

«Ma conosci o no il poema? Io sono citata già nel secondo canto dell’Inferno, quando Virgilio racconta che l’ho chiamato in aiuto di Dante: quasi che loro due, tanto più importanti di me, non sapessero agire da soli. Poi rieccomi in Purgatorio per purificare il Poeta, in modo che possa salire alle stelle. Nel Paradiso, infine, io divento a mia volta una creatura celeste,”O splendor di vita luce eterna…”. Certo è un omaggio che altamente mi lusinga. Però, riferito a me, quanta esagerazione».

-Consentimi tuttavia di dirti che, nel momento decisivo, Dante compie verso di te quasi un tradimento. Infatti, affidandoti una così alta autorità, rinuncia a quel suo amore di ragazzo verso una coetanea della quale ha dimenticato la fisionomia.

«Può darsi. Certo, in quel momento conclusivo, il Poeta rimane solo. Io non esisto più, se non come quel raggio di luce che egli immagina. Ma non farmi dire altro. Quella figura letteraria, tutto spirito e niente materia, è degna della massima ammirazione, ma mi è estranea».

– In conclusione, la signora Beatrice Portinari, o comunque ti chiamassi, non si identifica con la guida ispiratrice di Dante. O devo dire che tu rifiuti questa immagine?

«Mah. Ispiratrice forse: o almeno è lui che lo dice. Non posso sapere che cosa passava ne suo animo. Come guida, però, proprio non mi vedo. Mettiamola in questo modo. Io sono esistita e, come tutti, ho attraversato la mia vicenda terrena. Ma la Beatrice di Dante Alighieri non ero io. È una creatura sua, anzi: la sua creatura».

Virgilio e Beatrice, le guide del Poeta nella “Divina Commedia”

Oggetto di studio e di sconfinata ammirazione per i letterati, di faticosa interpretazione per i ragazzi, che la vedono essenzialmente come impegno scolastico, la Divina Commedia nei 100 canti (34 l’Inferno, 33 il Purgatorio, 33 il Paradiso) passa in rassegna un’infinità di personaggi. Tre solo però sono i veri protagonisti: lo stesso Dante, il Virgilio evocato dall’antichità che inizialmente conduce per mano il Poeta e, più luminosa ma anche più sfuggente, Beatrice. Essa è insieme una guida celeste e una donna in carne e ossa, amata dall’Alighieri fin dall’infanzia. La sua figura subisce tutta una serie di trasfigurazioni, non solo nell’opera maggiore di Dante ma anche nella Vita Nova: dapprima fanciulla che passa e sorride, quindi emblema del cielo in tutto il suo splendore. Creazione straordinaria e impalpabile, che ha un posto a sé nella letteratura mondiale e, appunto, come donna realmente vissuta, nel cuore del Poeta.

Dante, uomo del suo tempo

Critici di ogni epoca si sono esercitati a valutare la differenza fra Dante, non solo scrittore ma politico e polemista pieno di passione, e una figura poco meno che soprannaturale come quella di Beatrice. Mentre il poeta descrive, accusa, spesso anche impreca, la sua guida femminile si pone costantemente su un livello superiore, più prossimo al divino che all’umano. Dante, cioè, uomo del suo tempo: Beatrice amica e consigliera, ma in sostanza irraggiungibile.

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