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IL PARCO DEGLI ACQUEDOTTI

Il Parco degli Acquedotti è un’area di verde pubblico, noto punto di centralità del quartiere Appio Claudio di Roma, che prende il nome ed è caratterizzato dalla presenza di antichi acquedotti che assicuravano l’approvvigionamento idrico dell’Urbe. Costituisce parte integrante del Parco Regionale dell’Appia Antica, area protetta istituita con la Legge Regionale n. 66 del 1988.

Più precisamente, l’area del Parco degli Acquedotti si estende da via di Capannelle (che delimita l’ippodromo), via del Quadraro (congiungente la via Appia Nuova alla via Tuscolana), via Appia Nuova, viale Lemonia. Quest’ultima strada prende il nome da una delle più importanti tribù rustiche dell’antico suburbio della città, la tribù Lemonia, appartenente al Pagus Lemonius, stanziata lungo il tracciato della via Latina, asse viario antichissimo, che, insieme alla via Appia, collegava Roma con il sud d’Italia, prevalentemente nell’area del medievale Casale di Roma Vecchia. A tale tribù vengono ascritte diverse conquiste tra cui le città di Durazzo e Bologna.

Parco degli Acquedotti, particolare (foto Claudio Bernardini)

L’area del Parco è attraversata da sette acquedotti, sei di epoca classica (Anio Vetus, Marcio, Tepula, Iulia, Claudio, Anio Novus), databili tra il III sec. a.C. e il I sec. d. C. e uno di epoca Rinascimentale (Felice).

Nell’area del Parco si trova inoltre l’estesa villa di epoca romana di proprietà di Quinto Servilio Pudente, detta “delle Vignacce”, il Casale medievale detto di “Roma Vecchia”, un tratto della via Latina, la Torre del fiscale e alcuni sepolcri, è inoltre attraversata da un canale a cielo aperto, il fosso dell’Acqua Mariana, realizzato nel 1122 da papa Callisto II (Guido di Borgogna, 1119-1124).

In questa occasione non analizzeremo gli acquedotti presenti nel Parco ma altre importanti strutture architettoniche di epoca romana e medievale.

Villa delle “Vignacce”

Incerta è l’origine del nome: alcune teorie lo fanno derivare dal termine “vignacce” in riferimento ad alcuni vigneti male coltivati che si trovavano nell’area, o da “pignatte” o “pignacce”, in relazione alla tecnica muraria, utilizzata nelle parti più tarde della struttura della villa, che si caratterizza per l’inserimento, all’interno degli alzati e delle volte, di olle fittili vuote (appunto delle “pignatte”).

Si tratta di una delle più estese ville suburbane della città; il ritrovamento di bolli laterizi del 123, 124 e 127 d.C. e di alcune fistole plumbee con il nome di Quinto Servilio Pudente, hanno permesso di individuare proprio in questo personaggio, produttore di laterizi sotto l’imperatore Adriano (117-138), il costruttore della villa. Verso la fine del II secolo la villa era già inclusa nelle proprietà imperiali, che sotto Costantino, con al centro la “Villa ad Duas Lauros”, si estenderanno dalla Prenestina alla Tuscolana.

I primi scavi di cui si ha notizia nell’area della villa, risalgono al Cinquecento, anche se sono più che altro ritrovamenti sporadici di strutture la cui collocazione rimane incerta.

Gli scavi archeologici intrapresi verso la fine del Settecento, per volontà della famiglia Torlonia, all’epoca proprietaria di una vasta tenuta che annoverava anche quest’area, hanno rinvenuto diverse opere d’arte, tra cui il Ganimede Chiaromonti, la Tyche di Antiochia, la testa colossale di Giulia Domna (oggi conservata nella Rotonda dei Musei Vaticani), un’Afrodite (attualmente ai Musei Vaticani) che confermerebbero l’appartenenza del complesso a un personaggio facoltoso.

Parco degli Acquedotti, a destra l’Acquedotto Claudio, sullo sfondo i Castelli romani (foto Claudio Bernardini)

Gli scavi settecenteschi lungi dall’avere finalità scientifiche erano indirizzati esclusivamente a ricercare antichità, e furono diretti da Giovanni Volpato che rinvenne pure una serie di fistulae aquariae plumbee con inciso il nome del proprietario della villa di epoca adrianea, Quinto Servilio Pudente, figlinator, cioè proprietario di grandi fabbriche laterizie e padre del console dell’anno 166 d.C. In base a questi ritrovamenti la villa venne datata ad un periodo compreso tra 125 e 130 d.C.

Scavi recenti sono stati effettuati dall’Università Americana AIRC, (American Institute for Roman Culture), diretti dal prof. Daryus Aria, con concessione della Soprintendenza Archeologica di Roma, hanno affermato che la villa venne utilizzata dal I al VII secolo. Interessata da attività di spoglio ancora nell’VIII, fu definitivamente abbandonata nel IX secolo, probabilmente a causa delle invasioni saracene che devastarono la zona. Gli scavi dell’AIRC (oggi ricoperti) hanno rilevato un imponente impianto termale finemente decorato e con sistema di riscaldamento, comprensivo di praefurnium, suspensurae ed imboccature dei condotti per l’aria calda.

La villa era molto vasta e articolata. Oggi le strutture fuori terra si sviluppano su un terrapieno artificiale di circa m 200×135, che affaccia sul lato prospiciente via Lemonia con un terrazzo ornato nella parte centrale da un elemento, probabilmente una fontana, di cui si conserva un settore. Il vasto terrazzo era decorato da una lunga fila di speroni, attualmente scomparsi, raccordati nella parte superiore da archetti seriali. Oggi sono conservate strutture murarie realizzate per lo più in opus reticulatum (opera a reticolo), tecnica muraria tipica dell’età adrianea, ovvero con ammorsature e ricorsi in laterizio e tufelli.

Parco degli Acquedotti, in primo piano il fosso dell’Acqua Mariana (foto Claudio Bernardini)

Il nucleo principale dei ruderi visibili è relativo alla fase più tarda dell’impianto termale, costituito da un vasto ambiente rettangolare absidato (probabilmente un ninfeo) affiancato da altri quattro ambienti, due per lato, di cui i maggiori coperti con volta a crociera, gli altri a botte. A Est si distingue un’aula circolare coperta con cupola (di cui sono visibili i resti delle anfore utilizzate per alleggerirne la struttura), circondata da altri piccoli ambienti absidati, che dovrebbe costituire la parte termale.

Tra il nucleo principale della villa e l’acquedotto è presente una grande cisterna di epoca adrianea alimentata anticamente dall’acqua Marcia. Sviluppa due piani, con tre stanze al piano inferiore, coperte con volta a crociera, quattro in quello superiore e una duplice fila di nicchie semicircolari all’esterno. La presenza di queste decorazioni su di un’architettura utilitaristica ha fatto ipotizzare che la cisterna venisse utilizzata quale ninfeo, svolgendo anche funzioni estetiche. Nell’area prospiciente la grande cisterna si trovava un giardino e probabilmente uno stadio o un’edificio per lo spettacolo.

Casale di Roma Vecchia

Il casale si trova all’interno della tenuta appartenuta ai Torlonia, chiamata di Roma Vecchia dai grandiosi ruderi della vicina villa dei Sette Bassi, talmente estesi da essere confusi con i resti di una città antica simile a Roma.

La costruzione, risalente al XIII-XIV secolo, è un casale-torre posto strategicamente tra gli acquedotti Claudio e Marcio. Sui prospetti, in peperino e selce, si aprono finestre rettangolari di diverse dimensioni, perimetrale da cornici marmoree. Prospiciente il cortile, in seguito, è stata costruita una cappella tutt’ora esistente.

Parco degli Acquedotti, Cisterna della Villa di epoca romana di proprietà di Quinto Servilio Pudente, detta “delle Vignacce” (foto Claudio Bernardini)

Nel cortile interno sono esposti materiali archeologici provenienti dagli scavi effettuati nell’area limitrofa soprattutto nel Sette-Ottocento e nel biennio 1892-1893 in occasione di quelli realizzati per la piantumazione dei pinus pinea del viale di Roma Vecchia. Tra colonne, capitelli, statue e sarcofagi si nota la grande iscrizione relativa a T. Statilius Optatus, noto personaggio dell’inizio dell’impero, sepolto nei pressi del casale.

Torre del Fiscale

Costruita nel XIII secolo in blocchetti di tufo con qualche ricorso di mattoni, sviluppa una pianta quadrata, è alta 30 metri circa, e sui prospetti sono presenti strette aperture rettangolari perimetrate in marmo. La sua porta d’ingresso è situata a oltre m 6 dal suolo e, come in altre strutture analoghe, si utilizzava una scala che poi veniva ritirata per accedervi. L’interno era diviso in tre piani, oggi mancanti.

Parco degli Acquedotti, Casale medievale detto di “Roma Vecchia” (foto Claudio Bernardini)

Aveva una funzione di vedetta, la torre era infatti l’elemento centrale di un castelletto, di proprietà della famiglia degli Annibaldi, che nell’area del “Campo Barbarico” controllava la via Latina.

Prende il nome dal suo proprietario del XVII secolo, Filippo Foppi, tesoriere pontificio, e quindi “fiscale”, ma la prima citazione della torre si ritrova nel 1277, quando un Annibaldi cedette a Giovanni del Giudice la tenuta in cui la stessa era compresa. Nel 1363 la struttura si ritrova con il nome di Turris ecclesiae S. Iohannis a testimonianza dell’appartenenza alla chiesa di San Giovanni in Laterano, nel 1422 è detta Arcus Tiburtinus o Torre Branca.

Particolare del Parco degli Acquedotti al tramonto (foto Claudio Bernardini)

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