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Scandalo di Arpalo: la storia si ripropone?

La corruzione è un male vecchio quanto l’uomo. Anche nel più bello dei paradisi terrestri c’è sempre un serpente pronto a corrompere e qualcuno disponibile a farsi corrompere.Se ci fosse qualche dubbio sul fatto che non c’è forma di governo che nel tempo non sia stata toccata dalla corruzione basterebbe ricordare che anche nella polis greca del quinto secolo, emblema della prima forma di governo democratica, il fenomeno era purtroppo largamente diffuso.C’è un celebre episodio storico riportato nelle Vite parallele da Plutarco che aiuta a comprendere la realtà dell’epoca.Le Vite parallele sono biografie, presentate in coppia, di illustri personaggi greci e romani, accostati, nella loro radicale differenza originaria, per analogia di caratteristiche: Teseo e Romolo, i primi re di Atene e Roma; Alessandro e Cesare . Le “Vite parallele” vanno inserite nel genere biografico: egli infatti, più che una narrazione indistinta e regolare di eventi storici, si è concentrato sulla presentazione di quelle circostanze che potevano far trapelare la personalità del personaggio e che lo potevano ricollegare al suo corrispettivo nella civiltà opposta. La storia si occupa di fatti importanti, la vita, invece, di cose apparentemente secondarie. L’indole di un uomo si vede di più nelle piccole cose di tutti i giorni piuttosto che nelle grandi battaglie. Per questo nelle biografie Plutarco ha escluso la narrazione e la descrizione delle grandi imprese, perché ormai erano cose già conosciute e si sapeva dove trovarle: Plutarco aveva come scopo quello di trovare il vir e non lo si poteva trovare nel modo in cui il personaggio si comportava sul luogo di battaglia, ma nella vita di tutti i giorni.

Siamo nel 324 a.C., anno in cui si svolge in Grecia una nuova Olimpiade e in cui esplode lo scandalo dell’oro di Arpalo, dal nome del satrapo e tesoriere di Alessandro magno, in rotta con il macedone e in fuga da Babilonia con accuse di peculato sul capo, ma anche con una fortuna in tasca di migliaia di talenti e un seguito di alcune migliaia di mercenari al suo servizio.Arpalo sbarca in Attica e chiede ospitalità ad Atene che però inizialmente lo respinge. È allora che utilizza parte dei denari accumulati per cercare di portare dalla sua parte i più influenti uomini pubblici della città. Ma non sarà sufficiente: a contrastarlo è tra gli altri Demostene, patriota celebre per le sue posizioni contro i «barbari» (benché lo sia sua madre) e per le sue orazioni contro Filippo, Filippiche,che ottiene d’imprigionare il tesoriere e di sorvegliare il bottino, che sarà infatti a lui affidato. Sarà però lo stesso oratore ad essere in seguito paradossalmente accusato a sua volta di essersi impossessato di una parte delle somme depositate sull’Acropoli e condannato dalla sua città prima di morire suicida a Calauria nel 322 lasciando in eredità la sua amara ma indicativa descrizione dei disinibiti costumi dell’assemblea ateniese nella terza Filippica: «Invidiare chi si lascia corrompere, ridere se lo riconosce apertamente, assolvere chi è stato colto in flagranza di reato, odiare chi vorrebbe metterlo sotto accusa».

Quello del tesoro di Arpalo fu sicuramente uno degli scandali più noti dell’antica Grecia anche perché mostrò le divisioni all’interno della città e finì per favorire il disegno egemonico dei Macedoni ma il problema della corruzione  è ricorrente e centrale anche nella commedia greche. Paflagone, uomo di potere corrotto, è protagonista dei Cavalieri di Aristofane. Il popolo inveisce contro di lui.E Paflagone, confuso: «Rubavo per il bene dello Stato!» L’esempio ricorda la difesa dei leader di partito coinvolti nello scandalo del finanziamento illecito ai tempi di Mani Pulite. Utilizzarono in fondo argomenti di natura analoga: «Ho rubato, sì. Ma solo per il partito». Come se il partito non fosse fatto di correnti. E le correnti di uomini, di funzionari e parlamentari! Come se leader, segretari, tesorieri, consiglieri provinciali e deputati non traessero (o non abbiano tratto in passato) un vantaggio più o meno diretto dal sistema di finanziamento occulto dei partiti.

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